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La copertina del libro e l'autrice La copertina del libro e l'autrice

Fiorenza Taricone e il suo ultimo libro su Politica e cittadinanza. Donne socialiste fra 800 e 900

E’ uscito da poche settimane l’ultimo libro della studiosa Fiorenza Taricone, Docente nell’Università di Cassino e Lazio Meridionale di Storia delle dottrine politiche e Pensiero politico e questione femminile; il libro s’intitola ‘Politica e cittadinanza. Donne socialiste fra Ottocento e Novecento’. Pubblicato dalla casa editrice Franco Angeli, approfondisce aspetti del movimento femminile socialista in Italia ancora poco noti; il movimento già dalla fine dell’Ottocento molto vivace e anche originale nelle sue attività, è stato quasi sostanzialmente ignorato dalla storia dei movimenti e partiti politici.

Le donne, di cui l’autrice ricostruisce le vicende pubbliche e private, hanno anticipato molti temi del neo femminismo degli anni Settanta; al tempo hanno diffuso il “verbo socialista” fra lavoratrici spesso allontanate dalla politica dai compagni stessi; alcune di loro diventarono Segretarie di Camere del Lavoro, Sindacaliste a tempo pieno, Presidenti di Cooperative o Associazioni, incitando alla partecipazione e alla lotta. Pur non avendo il diritto di voto, facevano della politica una professione, costruendo anche legami concreti con esponenti del socialismo europeo e internazionale. Tutto il dibattito attuale sulla partecipazione politica femminile, dalle quote rosa in poi, deve molto al loro impegno.

Un libro sulla partecipazione delle donne alla politica attiva, pubblicato in piena pandemia. Condivide l'attuale preoccupazione di chi teme una retrocessione femminile a spazi angusti?

«Il libro è frutto di anni di lavoro, ma lo stimolo maggiore nel portarlo a compimento è stato anche e soprattutto il dovere di far conoscere le fondatrici della politica alle donne di generazioni diverse che in questo Paese si trovano in una situazione difficile; la democrazia paritaria è ancora lontana, i numeri delle donne in politica salgono e scendono come un’altalena dalla nascita della Repubblica in poi; pure con tanti mutamenti, come la trasformazione del sistema elettorale negli anni Novanta con il referendum, la scomparsa dei partiti tradizionali, quelli che hanno scritto la Costituzione per capirci, le lotte femministe, il dilagare del web, le donne in politica affrontano la stessa misoginia di quelle che le hanno precedute. Potremmo fare tanti esempi nessuno dei quali molto edificante. Nell’ultimo corso di Pensiero politico e questione femminile on line appena terminato all’Università, ho avuto spesso occasione con gli studenti di parlare dei ritardi culturali e di come le parole e le situazioni sembrano ripetersi. Nei primi giorni dell’Assemblea Costituente, nel dopoguerra, la più giovane fra loro, entrata nella Resistenza minorenne, Teresa Mattei si sentì appellare nel Transatlantico come una bella ragazza con le gonnelle; negli anni Sessanta, dopo la gloriosa trasmissione Tribuna Politica, nel 1961, il commento apparso ne Il Corriere della Sera, sul discorso della deputata socialista Tullia Carettoni mise in evidenza il tailleur, la pettinatura, lo smalto. Poco tempo fa scrissi un articolo per deplorare l’atteggiamento misogino e del tutto fuori tempo di un consigliere comunale di Ceccano che aveva spiegato l’assenza di una collega consigliera con il ciclo mestruale. Oggi la frase derisoria sull’aspetto fisico si chiama body shaming ma il senso è lo stesso. Criticare una delle più preparate giornaliste e corrispondenti come Giovanna Botteri per il maglioncino che indossa, sempre quello, mentre il famoso maglioncino indossato da Marchionne era simbolo di sobrietà ed efficienza, rende evidente non solo una discriminazione, ma una sorta di doppia morale. Le donne hanno il dovere di essere seduttive, gli uomini no, perché loro sono i giudici che osservano le donne in passerella, dove le qualità intellettuali, le capacità, la personalità, l’esperienza lavorativa passano in secondo piano».

Cosa l’ha affascinata di più, come storica, in questo lavoro che Elena Marinucci nell'introduzione definisce 'di scavo' tra le protagoniste delle lotte femminili in Italia?

«Lo sforzo che hanno fatto su stesse per ampliare gli orizzonti partendo molto spesso da situazioni personali, economiche e familiari difficili; i prezzi che hanno accettato di pagare per una politica che sarebbe servita a migliorare la vita di tutti, oltre a quella dei loro figli; la fatica fisica che si sono sobbarcate, non più con rassegnazione, ma per costruire attivamente quella vita che oggi ci auguriamo, dopo il Covid: pacifica, ricca di rapporti umani, in un pianeta non più stuprato. Quelle donne ci hanno insegnato il senso del limite, e quanto è possibile costruire all’interno di quel limite. Hanno avuto il coraggio, quando non esisteva il divorzio, di lasciare uomini che non sapevano fare né i mariti, né i padri. Sfidare la morale dell’Italia di allora, fra Ottocento e Novecento, e peggio ancora quella fascista, significava rischiare la fame, perché il contesto sociale ti rifiutava e letteralmente fuori dal riparo matrimoniale, non avevi cibo nel piatto. Educate al silenzio, si sono scoperte conferenziere e propagandiste, parlando talvolta alle mucche e alle pecore, perché gli uomini proibivano di ascoltare delle sovversive. Ho pensato per anni che lottare dentro le proprie famiglie e lottare anche fuori, perché i compagni socialisti erano spesso rivoluzionari politicamente, ma conservatori all’interno, non deve essere stato per niente facile».

Più di una volta Lei ha sottolineato che l’emancipazione femminile ha avuto momenti ben più alti di quello del periodo attuale. Ci spiega per quale motivo?

«Il femminismo è stato, ed è, la rivoluzione più lunga e meno sanguinosa degli ultimi secoli ed è quella che al contempo ha inciso più profondamente nel costume sociale e nei rapporti fra i sessi. Lo sforzo nel passato è stato enorme, gli obiettivi erano tanti, perché le donne erano poco meno che serve, nonostante gli omaggi a parole. Lo slancio è stato quindi di conseguenza, molto forte, e poi come in tutti i movimenti è seguita un’attenuazione. Qualunque rivoluzione, benché sia attrattivo considerarla permanente, non lo è. Non si può quindi sempre pensare che la mobilitazione riempia le piazze e le menti. Si è però presentato il pericolo che l’imponente corredo di leggi conquistate dal dopoguerra in poi abbia definitivamente archiviato la cosiddetta questione femminile, convincendo molti e molte che la parità fosse stata raggiunta; non credo sia così. Abbassare la guardia e nello stesso tempo vivere di superficialità non contribuisce a far capire la profondità dei problemi attuali. Se tutti sono concordi in genere nel dire che viviamo in una società complessa, perché mai la relazione fra i sessi, quella più importante di tutte, alla base del vivere umano, dovrebbe essersi automaticamente risolta? Il web ha contribuito a confondere molto le acque, perché non mi risulta che spesso sia servito per conoscere le leggi frutto di conquiste sull’emancipazione femminile. Nella formazione scolastica e universitaria, i programmi sotto quest’aspetto non sono molto cambiati. Sarebbe interessante fare una ricerca sugli studi di genere presenti oggi negli Atenei italiani. Di contro, si è accentuata molto la tendenza ad apparire, cioè le professioni legate al corpo, all’estetica, alla bellezza, alla competizione fisica. Negli anni Settanta era molto diffuso un libro di Erich Fromm, Essere e avere, dove l’avere in una società capitalista primeggiava sull’essere, cioè sulla sostanza. Oggi potremmo parafrasare e scrivere Essere e apparire. Apparire sempre, a qualunque costo, anche senza avere nulla da dire, comporta per le donne, e per la loro storia, un serio pericolo: quello di retrocedere a bambole di un tempo, omaggiate, il più possibile mute perché altrimenti si diventa fastidiose. E diventa più chiaro allora perché la professionalità di tante ormai dia ancora più fastidio». 

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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