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I monaci martiri di Casamari sono stati proclamati Santi

Lo scorso 26 maggio Papa Francesco, durante l’udienza con il cardinale Angelo Becciu, Prefetto della Congregazione delle cause dei Santi, ha autorizzato la Congregazione stessa a promulgare i decreti riguardanti i miracoli attribuiti all’intercessione dei “servi di Dio” Simeone Cardon e i suoi cinque compagni, religiosi professi della Congregazione Cistercense di Casamari, uccisi “in odium fidei” tra il 13 e il 16 maggio del 1799. E con padre Simeone, priore e cellerario dell’abbazia, sono diventati Santi padre Domenico Zawrel, fra Albertino Maisonade, fra Maturino Pitri, fra Zosimo Brambat e fra Modesto Burgen, trucidati dagli empi giacobini nell’abbazia di Casamari all’interno del monastero. Lì, vicino la porta d’ingresso, c’è un austero altare di marmo che ricorda il sacrificio dei sei monaci martiri, da sempre molto frequentato, come attesta il registro delle visite. La solenne cerimonia di beatificazione sarà celebrata nell’abbazia di Casamari nel corso dell’anno prossimo. A questo punto diventa quasi doveroso ricostruire, sia pure in maniera sintetica, ciò che accadde in quel tragico 13 maggio del 1799. Nella primavera di quell’anno i soldati giacobini, ritirandosi dal napoletano incalzati dall’armata del cardinale Fabrizio Ruffo, nel procedere a marce forzate verso Roma, attraversarono ad ondate successive la bassa e media valle del Liri. E qui si lasciarono andare a saccheggi, devastazioni e violenze inaudite. Il 12 maggio, giorno di Pentecoste, ad Isola del Liri, i masnadieri d’oltralpe trucidarono più di 500 persone, molte delle quali si erano rifugiate nella chiesa di San Lorenzo, vicino la cascata grande. Ma la ferocia giacobina sconvolse anche la placida quiete del monastero di Casamari. Era il 13 maggio, 24 ore dopo l’eccidio isolano. Alle prime ombre della sera un nutrito gruppo di soldati sbandati, staccatosi dal grosso della colonna, penetrò nell’abbazia proprio mentre la comunità monastica si accingeva al canto della “compieta”. Laceri, stanchi e affamati, vollero subito mangiare e bere. E così finirono per ubriacarsi e il loro comportamento si fece violento. Dopo aver distrutto le enormi botti della cantina del monastero e rovesciato a terra l’olio delle lampade, entrarono in chiesa, presero la pisside nel ciborio e gettarono sul pavimento le sacre particole. Inorridito dal gesto sacrilego subito accorse padre Domenico Zawrel, maestro dei novizi, uno dei pochi rimasti nell’abbazia. Con santa pazienza, raccolse le ostie da terra, le custodì in un calice e le rinchiuse prima nel ciborio della sagrestia e poi nell’altare della cappella dell’Infermeria. La manovra, però, non sfuggì ad alcuni soldati che si impossessarono del calice e gettarono di nuovo a terra le particole. Padre Domenico si chinò ancora una volta a raccogliere le ostie aiutato dal corista don Albertino Maisonade e da fra Desiderio. Dopo averle recuperate il buon frate le avvolse in un corporale e le depose sull’altare. Quel gesto, però, scatenò l’ira dei francesi e le sciabole iniziarono a roteare. Il primo ad essere colpito fu don Albertino che, ferito alla testa, di lì a breve rese l’anima a Dio. Poi fu la volta di fra Desiderio: colpito al fianco e al braccio cadde svenuto per terra e fu da tutti creduto morto. Anche padre Domenico non sfuggì all’impeto sanguinario dei giacobini: martoriato da una gragnola di sciabolate spirò con il nome del Signore sulle labbra. Ormai la rabbia era montata incontrollata e i soldati si aggiravano ebbri di sangue nel monastero in cerca di altre vittime sacrificali. In una stanzetta trovarono don Simeone Cardon, priore e cellerario, cui riservarono una sorte crudele: gli spaccarono la testa a colpi di accetta e gli tagliarono in piccoli pezzi le dita delle mani. Nel corridoio del noviziato, invece, uccisero con un’archibugiata fra Modesto Burgen. Nei pressi del refettorio i soldati colpirono gravemente fra Zosimo Brambat che morì dopo tre giorni di agonia. Il ferale elenco fu chiuso da fra Maturino Pitri che, raggiunto da schioppettate e colpi di sciabola, spirò nella sua cella. Soltanto qualche giorno dopo i frati, tornati a Casamari, recuperarono quei poveri resti e li seppellirono nel cimitero del monastero.                         

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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