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La dottoressa Ilaria Quattrociocche La dottoressa Ilaria Quattrociocche

Le vite contano, tutte uguali. Per diritto naturale

“Il mio desiderio di essere amato il più possibile dai miei uguali in natura, mi impone un obbligo naturale di nutrire nei loro riguardi un’affezione in tutto simile”.
Queste sono alcune delle parole con cui John Locke, il noto filosofo inglese, padre del liberalismo, ha teorizzato l’eguaglianza di tutti gli uomini all’interno della società civile, guidati non dalla sopraffazione reciproca , insita nel pensiero “homo homini lupus” di Hobbes, ma dalla legge dell’amore (Saggio sull’intelletto umano, 1690).
E proprio da queste teorizzazioni prende animo quell’atto politico che il 4 luglio 1776 induce le  tredici colonie inglesi del territorio americano a dichiarare la loro indipendenza dalla Corona inglese, con l’emanazione della Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America.

E proprio ispirandosi alla dottrina pragmatica di Locke le colonie firmatarie riportano, come motivazione della secessione, il diritto di tutti gli uomini ad essere uguali di fronte alla legge; l’illegittimità della tirannide e il diritto del popolo oppresso a ribellarsi ad essa.
Diritti fondamentali dell’uomo e del cittadino che saranno riconosciuti come tali, in tutto il mondo, solo nel 1789 dopo la Rivoluzione francese, nella Dichiarazione universale.
Per alcuni versi, quindi , si potrebbe dire che la rivoluzione americana ha anticipato gli eventi europei, poiché ha rifiutato in toto il potere assoluto di un monarca, riconoscendo nel singolo la capacità di provvedere autonomamente a se stesso, conformemente alla dottrina liberale.
E di fatto in pochi anni gli Stati Uniti d’America avviano uno sviluppo produttivo notevole. Ma la tanto decantata uguaglianza tra gli uomini non c’è  perché la gran parte di questo sviluppo deriva dall’uso indiscriminato degli schiavi di colore, bersaglio di discriminazioni razziali ed emarginazione sociale.

Salvo parziali modifiche, la questione razziale e di emarginazione sociale rimane fortemente radicata fino agli anni sessanta del ‘900, con la politica di John Kennedy incentrata sul suo superamento. Di pochi anni prima è l’episodio di Rosa Park, la donna di colore che arrestata per non aver ceduto il posto sull’autobus. E quindi la famosa protesta pacifica di Martin Luther King, che con il suo slogan “I have a dream”, diventerà simbolo della lotta per il superamento della discriminazione razziale.
Da un punto di vista psicologico tali avvenimenti ci consentono di riflettere su come si possono  radicare quei meccanismi cognitivi che regolano le nostre percezioni  ed interpretazioni sociali. In pratica, il nostro cervello, che spesso, secondo molti autori, lavora in modalità “risparmio energetico”, preconfeziona delle categorie di significato così che quando ha necessità di codificare qualcosa di nuovo, è guidato e facilitato dalle schematizzazioni e raggruppamenti di idee che già ha preparato..
Possono però derivarne categorizzazioni  semplicistiche e quindi si possono innescare semplificazioni del tipo “uomo di colore: schiavo”.

In psicologia questo prodotto cognitivo prende il nome di stereotipo. E lo stereotipo può poi degenerare in pregiudizio, innescando modalità di valutazioni e giudizi negativi (o positivi) basate non sui dati di fatto, ma su generalizzazioni, inducendo ad avere un giudizio prima di avere una reale e concreta visione d’insieme della situazione. 
E’ forse questo ciò che pochi giorni fa è accaduto negli Stati Uniti? Ciò che continua ad accadere, al di la dei confini di stato, in ogni luogo,  tempo  e  spazio?
La sera del 25 maggio George Floyd va a comprare un pacco di sigarette nel solito negozio di Minneapolis ma porge all’impiegato una banconota da 20 dollari falsa, l’impiegato se ne accorge e chiama il 911. La polizia arriva. Uno dei poliziotti ferma l’uomo, lo blocca, si accanisce, per 8 minuti spinge il suo ginocchio contro il petto di Floyd che ripete “non riesco a respirare”, il poliziotto non si ferma, Floyd muore. Il tutto è ripreso con i telefonini dei testimoni, il video finisce sul web, esplode il caso, poi la protesta, si riempiono le piazze contro  polizia e stato. L’America è in rivolta, torna il grido di questi ultimi anni “Black lives matter”, le vite nere contano.

Le vite nere contano oltre gli stereotipi ed i pregiudizi, perché sono vite. E le vite contano, tutte, uguali per diritto naturale.

Ilaria Quattrociocche 


 


   

 

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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