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Il nuovo linguaggio al tempo del Covid

L’altro giorno, affacciandomi dal balcone di casa, ho visto nella piazzetta sottostante due bambini che giocavano a rincorrersi con tanto di mascherina indossata. Ad un certo punto Lorenzo, così si chiamava il maschietto, una decina d’anni o giù di lì, ha quasi raggiunto la sua compagna di giochi e si è avvicinato un po’ di più a lei, ma neanche tanto. A quel punto Antonella, la bambina, sveglia anziché no, gli ha intimato con voce stentorea: «Fermati lì e non venire più avanti: gli assembramenti sono vietati». Quindi hanno ripreso tranquillamente a giocare come prima. Quelle parole, però, mi sono rimaste impresse e mi hanno fatto pensare che questo maledetto Coronavirus, che ci è piombato addosso con la forza bruta di un ciclone, non ha stravolto soltanto le nostre abitudini più radicate ma ha anche modificato il nostro modo di parlare, di esprimerci e di dialogare con gli altri. E, soprattutto, ha introdotto nel nostro armamentario linguistico, solitamente molto convenzionale, parole che prima non avevamo quasi mai utilizzato. E allora, anche per sdrammatizzare un po’ la situazione, ho pensato di analizzare più da vicino questi nuovi termini che così prepotentemente sono entrati a far parte del nostro bagaglio lessicale. Ad iniziare proprio da quell’assembramento di cui parlava la nostra Antonella e che in tempi di Covid-19 è diventata una delle parole più gettonate. E subito mi è tornato alla mente che dopo l’unità d’Italia, quando nel meridione imperversavano i briganti, spesso era vietata qualsiasi forma di assembramento, intendendo con tale termine un gruppo di persone con intenzioni chiaramente ostili. E lo stesso accadeva nel periodo fascista quando una legge vietava gli assembramenti di persone che si pensava potessero tramare contro il regime. Oggi, invece, gli assembramenti sono vietati per rendere vane le intenzioni ostili di quel perfido virus. Verrebbe quasi da dire, con il nostro Giambattista Vico, corsi e ricorsi della storia. Ma andiamo avanti e passiamo al “distanziamento sociale”. Quante volte in televisione, ma anche nelle ordinanze dei nostri sindaci, abbiamo sentito o letto questa curiosa espressione che è diventata persino oggetto di polemica tra i virologi che non riuscivano a mettersi d’accordo su quale fosse la giusta misura del distanziamento: e quindi un metro, un metro e ottanta centimetri, due metri e mezzo e così via di seguito. Quando riusciranno a mettersi d’accordo il virus sarà già bello che evaporato. Per il momento, comunque, il consiglio è quello di uscire portandosi in tasca un bel metro retrattile, in maniera tale da essere pronti ad effettuare qualsiasi misurazione. E ancora: i “dispositivi di sicurezza individuale”, con il corollario di sigle incomprensibili: FFP1, FFP2 e FFP3. Se poi ci mettiamo anche i DPCM del nostro ineffabile Presidente del Consiglio, lo schema per giocare alla battaglia navale è bello che pronto. Vai poi a sapere, ma questo l’ho scoperto dopo qualche tempo, che con quelle strane sigle si intendevano le mascherine, non di Carnevale, bensì quelle per coprire il naso e la bocca. E allora ho pensato tra me e me: quanto spreco di parole inutili.... E poi abbiamo preso familiarità con termini quali “picco”, che non è l’arnese del manovale, “curva”, che non è quella della strada, “R0” che non è la sigla di Rovigo bensì il livello di contagio da Covid-19, “dispnea” che non è una pratica subacquea ma semplicemente la difficoltà di respirazione e così via di seguito. Abbiamo poi una caterva di parole inglesi... sulle quali però ci soffermeremo un’altra volta. Anche perché, dopo tanti giorni chiusi in casa incollati davanti alla televisione, i nuovi termini ci sono diventati ormai familiari. Chissà se di qui a qualche tempo, una volta “distanziato”, e per sempre, il virus, ce ne ricorderemo ancora. Ma, a ben vedere, tutto sommato, non sarà affatto una grave perdita.                                                                         Fernando Riccardi
 

 

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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