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La dottoressa Ilaria Quattrociocche

Idee sessiste, provocazioni e misoginia. Quello che si dice delle donne

«Se una donna esce di casa e gli uomini non le mettono gli occhi addosso deve preoccuparsi perché vuol dire che il suo femminile in qualche modo non è presente in primo piano», «Prima di tutto sei femminile e il femminile è il luogo che suscita desiderio». Ed ancora, tempo fa,  commentando  una citazione di Françoise Sagan: «Un vestito non ha senso a meno che ispiri gli uomini a volertelo togliere di dosso».

Questi alcuni dei  pensieri espressi di recente dallo psichiatra e psicoterapeuta Raffaele Morelli che sono stati da molti giudicati sessisti, o quantomeno superati. Le idee sessiste si manifestano in una sorta di essenzialismo secondo cui gli individui possono essere compresi e giudicati semplicisticamente in base ad alcune caratteristiche fisiche o del gruppo di appartenenza, in questo caso il gruppo delle donne. Il sessismo contro le donne nella sua forma estrema è conosciuto come misoginia, che significa proprio "odio verso le femmine".

Tuttavia il termine sessismo viene coniato dalle femministe statunitensi verso la fine degli anni Sessanta in opposizione al termine misoginia. E nello specifico il termine misoginia rinvia a motivazioni psicologiche, il termine sessismo vuole sottolineare il carattere sociale e politico di questo sistema nel quale argomenti di tipo biologico (il sesso per le donne) sono stati storicamente usati per giustificare comportamenti di discriminazione, subordinazione e devalorizzazione. Si potrebbe allora ipotizzare che, secondo alcuni uomini, è importante che la donna si preoccupi affinché venga notata e, auspicabilmente svestita.

Preoccuparsi insomma di soddisfare desideri e bisogni fisiologici del mondo maschile. Ancora una volta la donna, intesa nel suo solo aspetto biologico, priva di desideri e bisogni, darwinianamente utilizzata all’uopo evoluzionistico, ricondotta ad una monodimensione e che dovrebbe avere come preoccupazione quotidiana quella di scegliere un abbigliamento che soddisfi le pulsioni maschili. Poche parole ed è subito questione femminile.

Una visione della donna analoga a quella che è emersa da queste considerazioni ci catapulta attraverso un viaggio nel IV secolo a.C. dal filosofo Aristotele, fermamente convinto della naturale disuguaglianza dei sessi e della superiorità maschile sulle donne, anche nella riproduzione. Egli infatti nella “Riproduzione degli animali” scrive che la riproduzione è comune ad entrambi i sessi: ma  il maschio e la femmina sono dotati di “una diversa facoltà”, il primo è “attivo” in quanto “atto a generare nell’altro”, la seconda è “passiva” in quanto “è quella che genera in se stessa e dalla quale si forma il generato che stava nel genitore”. Quindi  la donna ha bisogno del maschio e non può generare da sé.

Infatti se la femmina generasse da sé compiutamente, il maschio sarebbe inutile e, dice Aristotele, “la natura non fa nulla di inutile”. Egli perciò, servendosi di questo principio-base della scienza, secondo il quale ciò che accade ha sempre una causa, afferma il primato maschile in ogni ambito sociale: l’uomo, attivo per natura, è portato al comando, nella famiglia l’uomo è superiore alla moglie e la comanda. Secondo Aristotele perciò l’inferiorità della donna si fonda su basi biologiche e il rapporto uomo-donna è interpretato attraverso due delle categorie più importanti della sua filosofia, quella di forma e di materia.

L’uomo-forma fa di ogni cosa ciò che è, e in quanto portatore del seme, è attivo e trasforma la passiva materia femminile che è naturalmente ed ontologicamente inferiore. Ma credo che il punto sia un altro. La donna non dovrebbe essere definita in rapporto all’uomo. Ed è anche sulla base di questo assunto che si è fondata negli anni settanta del secolo scorso la lotta e la ricerca di libertà delle donne. Infatti l’uomo non è un modello a cui adeguare il processo di sé. La donna è altro rispetto all’uomo e l’uomo è altro rispetto alla donna.

Finora il mito della complementarietà è stato utilizzato dall’uomo per giustificare il proprio potere sulle donne.  Potere anche di esercitare un desiderio sessuale su un corpo di donna che però è anche altro rispetto a mero da corpo da svestire. E le donne sono state persuase fin dall’infanzia a non prendere decisioni e a dipendere da persona capace e responsabile come padre, marito, fratello. Ne deriva una immagine femminile attraverso cui l’uomo ha interpretato la donna, in base alle circostanze ed alle situazioni.

Talvolta come portatrice di verginità, castità, fedeltà. Ma queste non sono virtù, anzi vincoli per costruire e mantenere la famiglia. Talvolta ne deriva invece l'immagine di una donna in cui le qualità di sensualità e sessualità vengono degradate, perché considerate in opposizione a modelli di moralità, e quindi è giudicata tentatrice e prostituta. Effettivamente questa immagine di donna può essere presente in una donna. In psicologia archetipica si dice che “si attiva l’archetipo di Afrodite”, Venere per i romani, la più bella tra le dee.

E succede che la donna scopre una nuova dimensione psicologica di sé, ma si tratta di un processo di maturazione psichica che conferisce amore, bellezza, attrazione oltre la sensualità e la sessualità. E  decide consapevolmente e nel rispetto della propria persona di vivere questa sua nuova modalità di essere al mondo.

Ilaria Quattrociocche

 

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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