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La dottoressa Ilaria Quattrociocche La dottoressa Ilaria Quattrociocche

Il rimuginio. Quando la nostra mente si concentra su un solo pensiero, negativo.

La dottoressa Ilaria Quattrociocche, laureata in Psicologia applicata, clinica e della salute presso l'università de L'Aquila e laureanda in scienze pedagogiche presso l'Unicas, continua le sue approfondite considerazioni su temi di interesse diffuso attraverso la rubrica su L'inchiesta:

«L’argomento di oggi mi è stato gentilmente suggerito da un lettore e, grata per la richiesta, ho deciso di condividerlo anche con coloro che hanno il piacere di concedersi momenti di riflessione in questo spazio domenicale. La domanda che mi è stata posta è relativa ad una attività mentale piuttosto comune, ma che può assumere caratteristiche poco funzionali nella quotidianità di tutti noi: il rimuginio.

In termini psicologici si tratta di una modalità di pensiero ripetitivo strettamente legata all’ansia. È una forma di pensiero di tipo verbale e astratto, privo di dettagli e seguito, in molti casi, dalla focalizzazione visiva di immagini relative ai possibili scenari individuati come pericolosi. Questo tipo di pensiero ripetitivo incastra, chi lo mette in atto, in un circolo vizioso in cui l’unico esito è continuare a pensare in modo ridondante. In generale questi contenuti mentali sono pensieri sempre uguali che si ripetono, a connotazione negativa, come eventi  infausti che potrebbero succedere o che sono accaduti. Inoltre sono incontrollabili: infatti la persona può non riuscire sempre a fermarli e possono provocare un enorme dispendio di energie e mancanza di concentrazione su cose invece più importanti.

Ma è possibile anche intendere il rimuginio come una strategia che l’individuo adotta quando si trova in situazioni percepite come pericolose e incerte, che generano ansia e  per questo difficili da gestire. Il rimuginio, dunque, può essere utilizzato dall’individuo come la sua personale modalità di far fronte ad una situazione temuta, allo scopo di prevenirla e controllarla. Si tratta in ogni caso di un modello di funzionamento, ovvero una specie  personale copione interno che utilizziamo nelle situazioni di tutti i giorni. Infatti tutte le nostre abitudini di pensiero, le nostre modalità di relazione, le nostre azioni di reazione alle situazioni della vita  e il modo che abbiamo di gestire le nostre emozioni, dipendono essenzialmente da specifici modelli “copione” che  acquisiamo nei primi anni di vita, attraverso le relazioni primarie con le persone che si prendono cura di noi.

È il noto psicanalista John Bowlby che  struttura una visione dello sviluppo di questi modelli, che definisce “stili di attaccamento”, e nella sua teoria sottolinea  che è  la relazione madre- bambino quella che costituisce una base sicura interna sulla quale poi il bambino va costituire la propria personalità, il suo modo unico ed irripetibile di essere al mondo e di vivere nel mondo in relazione con l’altro. Può però anche succedere che si sviluppi un modello di funzionamento in cui si manifesta, da più grandi ed in età adulta, una tendenza particolare alla riservatezza. Si può ricercare meno la condivisione, le relazioni anche risultano talvolta ridotte e proprio questo aspetto viene associato spesso ad una attività di rimuginio più elevata ed in generale anche a difficoltà correlate all’ansia. Questa ansia può diventare difficile da gestire ed allora si può ricorrere al rimuginio.

Da un punto di vista pratico qualche strategia da utilizzare potrebbe essere cercare di diventare consapevoli  dei nostri pensieri, formularli magari a voce alta perché ciò consente di contestualizzarli, cercare di razionalizzare e poi ci si può porre domande del tipo: quanto questi pensieri sono davvero coerenti con la realtà che mi circonda? Quanto sono utili in ciò che sto facendo? Quanto di tutto ciò che penso può davvero accadere? In questo modo riprendiamo il controllo su ciò che accade dentro di noi perché ci poniamo queste domande in maniera consapevole e presente.

Sicuramente poi è importante conoscere gli stili di attaccamento perché avere questa conoscenza ci dice che abbiamo avuto esperienza da piccoli di una modalità specifica di elaborare i nostri pensieri e le nostre azioni. Inoltre, se riconosciamo il nostro personale stile, possiamo eventualmente intervenire nei punti disfunzionali sia con un lavoro personale sia grazie alle nuove relazioni efficaci, un compagno, un amico, uno psicologo. Bowlby infatti sostiene anche che l’amore, declinato in tante svariate forme come attenzione, presenza consapevole, disponibilità può veramente aiutare le persone a crescere e sviluppare nuovi stili di attaccamento più sicuri.

Ovviamente questo è un percorso lungo e tortuoso ma bisogna avere tenacia perché l’obiettivo è stare meglio e vivere la nostra vita non più influenzati da quella serie di credenze,  di vissuto, di modi di essere che abbiamo acquisito dalla nostra storia famigliare, ma possiamo scegliere di riorganizzare la realtà in funzione del nostro speciale ed unico modo di essere al mondo.

Sarò  lieta di accogliere ancora richieste su argomenti di vostro particolare interesse e per tale motivo Vi lascio qui il mio personale indirizzo di posta elettronica ilaria.quattrociocche@gmail.com».

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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