L'Inchiesta Quotidiano OnLine
La dottoressa Ilaria Quattrociocche

Beirut. Riflessioni su una immane catastrofe

"Beirut è una città devastata dalla catastrofe avvenuta lo scorso martedì pomeriggio.

Non è ancora chiaro cosa abbia causato il disastro: il premier ha annunciato un'inchiesta che si focalizzerà sulle 2.750 tonnellate di nitrato d'ammonio, un fertilizzante usato anche come componente negli esplosivi minerari, che, dal 2013, era immagazzinato negli hangar del porto, lasciato da una nave sequestrata. E intanto sul web si rincorrono le ipotesi e sorgono anche, come spesso accade in questi casi, diverse teorie del complotto e sui social fioccano i video che affermano di vedere chiaramente un oggetto non identificato, scagliarsi verso i giganteschi silos del porto di Beirut poco prima della deflagrazione (https://www.ilmessaggero.it).

Volendo dare una lettura psicologica di questa ipotesi è opportuno evidenziare come gli attentati terroristici, in generale, siano essi riconducibili ad organizzazioni endogene (autoctone) o esogene, sono finalizzati a seminare panico, suscitare terrore : dal francese “terrorisme”, che fa riferimento al governo del Terrore in Francia, durante la Rivoluzione, e quindi uso di violenza illegittima, finalizzata a incutere terrore nei membri di una collettività organizzata e a destabilizzarne o restaurarne un ordine precedente per conseguire mutamenti radicali del quadro politico-istituzionale. Infatti l’uccisione di un numero più o meno limitato di vittime, che avrà un’eco straordinariamente estesa, diffonderà paura e insicurezza nella popolazione e indurrà destabilizzazione politica e sociale.

Inoltre la cassa di risonanza offerta dai media molto probabilmente potrebbe​ amplificare sentimenti di angoscia e trasmetterli a tutta la popolazione, non solo della stessa nazione.

Senza giornali e televisione, forse, il terrorismo non potrebbe esistere ed è per tale ragione che il fenomeno è esploso in questo secolo ed in questi anni. Parallelamente, proprio per questo, le organizzazioni terroristiche non sono solo capaci di adeguarsi ai cambiamenti, di aggiornarsi e di affinare la loro preparazione tecnica ma sanno anche essere abili comunicatrici.

Indubbiamente c’è la necessità di potenziare le attività di contrasto alla piaga del terrorismo ma ​

è anche necessaria, in un’ottica soprattutto preventiva, una comprensione profonda della psicologia degli attentatori.

Nel fenomeno che genericamente etichettiamo come terrorismo la componente psicologica è, in generale, molto forte, sia per le cause che per le conseguenze, sia per i perpetratori (dissenso, vendetta, odio) che per le vittime dirette ed indirette (paura, angoscia, incremento del disagio, inibizione sociale, vissuti di impotenza, intolleranza verso gli estranei e verso coloro che vengono percepiti come diversi. L’incredibile caratteristica comune alla quasi totalità dei terroristi è proprio la sanità mentale, la “normalità”, poiché la scrupolosa pianificazione degli attentati e la loro esecuzione meticolosa e spesso sincronizzata sono difficilmente riconducibili ad individui che presentano disturbi mentali. Ma c’è un altro motivo per cui tra le schiere sono presenti davvero pochi individui con patologie mentali: sono le stesse organizzazioni terroristiche a scartare chi dà segni di squilibro. I leader ed i reclutatori, infatti, si dimostrano molto selettivi ed allontanano i candidati mentalmente instabili, poco affidabili o imprevedibili (potenzialmente pericolosi per l’organizzazione stessa).

Il filtro politico o ideologico attraverso cui il terrorista guarda il mondo non può essere considerato una malattia. E si possono notare alcune caratteristiche che accomunano il pensiero di questi soggetti il manicheismo, la rigidità di pensiero, la mentalità chiusa, l’inesistente propensione al compromesso, il rigetto di punti di vista alternativi, lo scarso senso della realtà e l’odio per la società e fanatismo pervasivo. Queste persone sono dotate di disciplina, motivazione e forti aspettative di riscatto, dimostrano un impegno continuo e sono contraddistinti da disponibilità all’azione, rapidità di movimento e grande capacità di adattamento allo stress, all’isolamento, alla vita in clandestinità. Per non attirare l’attenzione su di sé, devono essere d’aspetto comune. Il loro livello culturale è medio-basso. La famiglia che hanno alle spalle è solida e molto unita ed ha impartito loro un’educazione fondata sulla separazione e sull’odio verso la diversità. La motivazione che li spinge ad agire è sempre l’odio. Naturalmente, essi sono disposti ad obbedire ciecamente agli ordini che vengono loro impartiti, anche quando richiedono il martirio (www.igeacps.it). Come affermato dal criminologo Ruben De Luca, il fanatismo del martire è reso possibile da cinque elementi: la capacità di prefigurarsi un aldilà idealizzato ed in netta contrapposizione con la vita terrena, la consapevolezza di morire, la forza del rito e della tradizione (i gruppi terroristici utilizzano la ritualizzazione culturale per la trasmissione ai propri seguaci di informazioni sempre uguali a se stesse – quali l’esaltazione del sacrificio della propria vita per la gloria di Dio –, approssimative e difficilmente verificabili ma che, proprio perché identiche per tutti i membri, assicurano un forte senso di appartenenza al gruppo), la fede in un leader carismatico, autoritario ed indiscusso ed infine la cosiddetta pseudospeciazione, ossia il processo per cui il gruppo non considera i soggetti che esulano da esso come esseri umani ma li vede come nemici e come una specie diversa a tutti gli effetti (è questo fenomeno, insieme alla demonizzazione del nemico, che deumanizza l’avversario, lo fa considerare solo come uno degli infiniti membri della schiera nemica, invece che come un individuo a sé stante, e che quindi consente al gruppo di giustificare le atrocità compiute contro di lui). Inoltre, i terroristi, sempre per raggiungere il cosiddetto disimpegno morale (Bandura), possono immaginare se stessi come salvatori dell’ordine costituito minacciato dal male, possono vedersi come esecutori che semplicemente obbediscono agli ordini dei capi (dislocazione della responsabilità sul leader o su altri membri del gruppo), possono biasimare allo stesso modo altri membri dell’organizzazione (diffusione di responsabilità) oppure possono ricorrere ad attacchi del tipo “spara e fuggi” oppure all’impiego di bombe ad orologeria proprio per non assistere alla strage da essi provocata. Infine, gli attentatori tendono a ribaltare i ruoli, dipingendosi come rivoluzionari o lottatori per la libertà e definendo i nemici come cospiratori ed oppressori, conferendo rispettabilità a se stessi e razionalizzando le violenze che mettono in atto". 

“Mentre non c’è cosa più semplice che denunciare il malvagio, nulla è più difficile che comprenderlo” (Fëdor Dostoevskij).

Ecco i miei recapiti per approfondire insieme un argomento di vostro particolare interesse : indirizzo mail ilaria.quattrociocche@gmail.com ; profilo facebook Ilaria Quattrociocche.

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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