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La dott.ssa Ilaria Quattrociocche La dott.ssa Ilaria Quattrociocche

Immagini, selfie, like. Tutto finisce sul nostro palcoscenico quotidiano

Cosa si nasconde dietro l'irrefrenabile desiderio di postare foto di sé e della propria quotidianità? Da questa curiosità di un lettore nascono le riflessioni della sua consueta rubrica della domenica. La dott.ssa Ilaria Quattrociocche è laureata in Psicologia applicata, clinica e della salute presso l'università de L'Aquila e laureanda in scienze pedagogiche presso l'Unicas.

«Un fenomeno ormai consolidato sui social media è costituito da una attività, talvolta compulsiva, di pubblicare foto: si spazia dal selfie, ovvero foto-autoritratto scattata col telefonino, a cibi crudi e cotti, soggetti naturali, soggetti animali, e molto altro ancora. Tutto questo materiale iconografico è prodotto e postato immediatamente affinché tutti  possano vedere. Da un punto di vista psicologico si potrebbe trattare di un intenso desiderio, unito al piacere, di apparire, di mostrarsi e di mostrare qualcosa di sé valutato come positivo e degno di essere condiviso. Il tutto alla ricerca di “like”: approvazione, condivisione e complimenti che possano confermare l’immagine e l’idea che si vuole dare di sé.

E i social media rappresentano oggi lo scenario – anzi il palcoscenico – ideale  sul quale ci si può mettere in mostra dando il meglio di sé. Questo fenomeno in ambito psicopatologico può ricondurre al narcisismo (disturbo narcisistico di personalità – NPD) che viene definito dal DSM-5 come: “un quadro pervasivo di grandiosità o grandeur (nella fantasia o nel comportamento), necessità di ammirazione e mancanza di empatia, che compare entro la prima età adulta ed è presente in una varietà di contesti”.

Nel disturbo narcisistico il soggetto è assorbito da preoccupazioni relative a: percezione di sé, come gli altri lo percepiscono, dalle gratificazioni legate alla vanità e all’ammirazione da parte di altri per le proprie caratteristiche (fisiche o di altra natura). Gli studi (http://www.bestcomputerscienceschools.net/selfies) condotti sul legame esistente tra narcisismo ed i comuni comportamenti tenuti sui social media come ad esempio il selfie, gli aggiornamenti di stato, i post e i commenti, mostrano che le persone che utilizzano di più i social media, come Facebook, sono anche le stesse che tendono maggiormente a ricevere diagnosi di disturbo narcisistico di personalità o a soffrire di insicurezza.

Quelli con i più alti punteggi nelle scale di valutazione del narcisismo, sono proprio coloro che aggiornano frequentemente il proprio stato, postano fotografie di sé e pubblicano frasi finalizzate a glorificarli (su un campione di users dai 18-25 anni valutato tramite il Narcissism Personality Inventory ed il  Rosenberg Self-Esteem Scale). Che relazione intercorre dunque tra narcisismo patologico e continua pubblicazione di foto? Certamente si tratta di due manifestazioni parallele che perseguono uno stesso obiettivo: essere celebrati dal pubblico dei fan.

Che si tratti o meno di un personaggio pubblico, ogni utente infatti ha il suo stuolo di ammiratori ai quali dare in pasto foto, pensieri ed affermazioni sulla propria personale visione del mondo (www.psicoterapiapersona.it). Ma non si tratta solo di questo. Proviamo ad esaminare una diversa prospettiva di questo fenomeno, attraverso le parole di Judy Weiser,Psicologa, ArteTerapeuta, Fondatrice e Direttrice del PhotoTherapy Centre di Vancouver – Canada.

“Le fotografie non solo testimoniano dove siamo stati, ma indicano anche la strada che potremmo forse intraprendere, che ce ne rendiamo già conto oppure no.”

Secondo Weiser si può affermare che il senso dell’esistenza di qualunque fotografia, il suo “significato”, la sua “storia”, non può mai essere del tutto conosciuto o predefinito in modo oggettivo, specialmente dall’osservatore esterno che non sia stato coinvolto sin dall’inizio in qualche aspetto della creazione di quell’immagine. 

E quindi in questa modalità interpretativa l’obiettivo di una macchina fotografica mette sempre a fuoco il mondo interiore, almeno quanto quello esteriore, dove si trova ciò che il fotografo sta guardando. E’ bene specificare che per quanto la superficie sia ricca di dettagli visivi, una fotografia non sarà mai capace di duplicare pienamente la porzione di vita completa che il fotografo cercava di registrare. Questo accade perché la reazione di ogni spettatore a una fotografia si basa solo sulle sue percezioni individuali, infatti il reale significato di ogni fotografia esiste soltanto come l’intersezione, inosservabile, di associazioni sensorialmente codificate, che hanno luogo esclusivamente tra la mente di ogni osservatore e quella particolare immagine. Gli stessi sentimenti sono fugaci, a meno che la macchina fotografica non catturi le loro manifestazioni comportamentali o affettive. Sono in realtà solo le loro “tracce” visive e  ciò che si vede in una foto è soltanto l’impronta temporale lasciata dal momento appena passato.

Ed in psicologia, qualunque terapia, se basata unicamente sull’interazione verbale tra persona e terapeuta, non sarà probabilmente mai efficace quanto una comunicazione terapeutica che includa anche l’uso di rappresentazioni visivo-simboliche in grado di creare metaforicamente un ponte verso l’inconscio, verso quei luoghi in cui le parole non arrivano. Da qui nasce l’idea di utilizzare una fotografia per allenarsi ad una vita migliore. Esiste infatti la “fotografia terapeutica” che è una disciplina che invita all’utilizzo di fotografie come veicolo per la riflessione e il cambiamento.

La qualità delle fotografie è irrilevante: sfocate, sgualcite o casuali. Non importa perché ogni fotografia è adatta a questo tipo di terapia (www.psicologia24.it). Il terapeuta non legge le fotografie al tuo posto e non attribuisce significati, ma ti guida a scoprire proprio significati personali, attraversando insieme le tue emozioni e scoprendo di volta in volta i tuoi antichi e nuovi bisogni. Ed ancora, sai che puoi fare un regalo speciale? Un’immagine si può donare a qualcuno di importante per te, accompagnando il dono con un biglietto che racconti le tue riflessioni e i tuoi propositi. Un regalo così è senz’altro “qualcosa di dolce, qualcosa di raro. Non un comune regalo”. (T.Ferro) Certamente un regalo intimo, potenziante per la relazione, che fa bene a te che doni e a chi riceve.

L’utilizzo della fotografia, inoltre, è utile per esplorare le relazioni, i ricordi talvolta traumatici, la percezione del proprio corpo e di sé, per identificare obiettivi e prendere decisioni. In sintesi, per allenarsi a una vita migliore. E tu, vuoi allenarti a una vita migliore? “Le fotografie sono orme della nostra mente, specchi delle nostre vite, riflessi del nostro cuore, memorie sospese che possiamo tenere in mano, immobili nel silenzio, se lo volessimo, per sempre”. J. Weiser».

Sarò  lieta di accogliere ancora richieste su argomenti di vostro particolare interesse e per tale motivo Vi lascio qui il mio personale indirizzo di posta elettronica ilaria.quattrociocche@gmail.com

 

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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