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Credits Luisella Planeta Leoni da Pixabay Credits Luisella Planeta Leoni da Pixabay

Comunicare, sì. Ma con meno narcisismo e più responsabilità

La rete. Nient’altro che una rete da pescatori, a maglie larghe e strette. A seconda delle convenienze del momento. Con la capacità di catturare pesci piccoli da dare in pasto a quelli più grandi. E così generare un’infinita catena che non è alimentare. E’ vero e proprio cannibalismo. E’ vivere, respirare e cibarsi delle disgrazie altrui. Mortificando, spesso, padri di famiglia, fratelli, figli, sorelle, mamme.  

Una giustizia sommaria. Un tribunale mediatico che non conosce appelli. E che non fa cadere mai in prescrizione nessun tipo di reato. Al massimo, c’è il diritto all’oblio. Ma serve tempo. Tanto. E spesso non ce n’è a disposizione, perché si vorrebbe scomparire. Riavvolgere il nastro e fare altre scelte. Dire cose differenti. O usare termini molto più adatti. Ed invece quell’attimo di riflessione mancata, quella voglia irrefrenabile di mostrare il lato tosto di sé, quello che non si piega e non si spezza, ha fatto il suo danno. E il nostro. Un narcisistico desiderio compulsivo di essere applaudito, seguito, adulato. Da chi, spesso, lo fa per farsi due grasse risate. E non certo per il nostro bene. 

Colleferro, Paliano, Artena non sono dissimili da tante altre comunità cittadine. Willy è un ragazzo esile come tanti di quelli che vediamo nei nostri istituti scolastici o la sera, in giro con gli amici. Eppure Willy non c’è più. La stampa nazionale parla delle nostre città in modo innaturale, abituata a saccheggiare tutto quello che può: foto, commenti, immagini rubate, lacrime di dolore, analisi. Quelle, sì, spesso improvvisate. 

E noi, giornalisti di provincia, pesiamo le parole. Aspettiamo momenti interminabili prima di lanciare una notizia, nel tentativo di darla il più corretta possibile. E solo dopo averla verificata con cura. Il che, in ogni caso, non ci esenta da errori. Con lo scorno di dover rettificare. E raccogliere una pioggia di insulti proprio su quella famelica rete. Quella che non aspetta altro di poter commentare e ironizzare, sottolineando ciò che conviene. Spesso senza neanche aver letto fino in fondo. O addirittura fermandosi solo al titolo. 

Da qui anche il senso di responsabilità delle istituzioni e di chi comunica, di chi mette le proprie informazioni a disposizione degli altri. In modo asettico. Senza inserire opinioni personali o appellativi offensivi. E meno che mai giudizi sommari, basati sulle proprie impressioni ‘a caldo’. A questo serve l’ordine dei giornalisti. A questo gli uffici stampa degni di chiamarsi tali. A questo i corsi di formazione. A questo e ancora a questo il lavoro delle redazioni, con i direttori che si prendono oneri e onori.

E soprattutto, grandi responsabilità. Anche quella di frenare. E non solo di correre per arrivare primi. Sul web come nella vita. E nella vita, volendo, ci sono tanti lavori socialmente utili che si possono fare. Per riabilitare se stessi, per aiutare gli altri. Per imparare a non giocare con i sentimenti. Dando ad ognuno il rispetto che merita. Senza per questo dover rinunciare alle proprie battaglie e ai propri ideali. 

Rita Cacciami

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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