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La psicologa Ilaria Quattrociocche La psicologa Ilaria Quattrociocche

Sul posto di lavoro come in gara. Con ansia da prestazione

L’argomento di questa settimana riguarda l’ambito lavorativo. Nello specifico affronteremo insieme il concetto di competitività e l’ansia da prestazione. La competitività può essere definita in vari modi, alcune sue manifestazioni sono positive, come la propensione a misurarsi con gli altri per avere una reale dimensione delle proprie capacità. Altre negative come la propensione a superare gli altri per ottenerne dei vantaggi di qualsivoglia natura.

Facciamo un esempio. Consideriamo una gara di corsa. Nel caso di manifestazioni negative l’atleta sgomiterà, cercherà di ribattere ogni attacco, che è in realtà percepito come un’offesa alla sua persona; nelle manifestazioni positive, in caso di contatto con gli altri, gli “basterà” stare con il gruppo, a volte non risponderà a improvvise accelerazioni: nessuna violenza, gli altri servono per capire quanto si vale nella corsa. Poiché la sua autostima non dipende dai risultati: se scoprirà di valere poco, cercherà di divertirsi lo stesso, magari attuando parallelamente strategie per migliorare.

Nell’accezione negativa si assiste a messa in atto di comportamenti spesso scorretti, per cercare di ottenere vantaggi personali, in maniera  poco lecita e comunque poco conforme alle norme sociali. E può anche succedere che per giustificare con noi stessi queste condotte, utilizziamo degli strumenti cognitivi che Bandura definisce “Meccanismi di disimpegno morale”: giustifichiamo a noi stessi le condotte poco aderenti ai valori e norme sociali, perché così rendiamo tali agiti più digeribili al nostro inconscio. Ora sia che si tratti di manifestazioni positive, sia che si tratti di manifestazioni negative è bene specificare che la competizione è un fenomeno presente in ogni contesto sociale in quanto parte integrante dell’essere umano. Da sempre, infatti, l’uomo lotta con gli altri per potersi accaparrare risorse limitate come cibo, amore, lavoro. 

Questo tipo di funzionamento, che è di per sé adattivo, perché ci consente di vivere in modo funzionale nel nostro ambiente, può però rendere il confronto con l’altro generatore di ansie, invidie, rancori e rivalità. Questo può accadere perché la condizione relazionale e sociale dell’uomo spinge ad essere costantemente esposto all’osservazione e al giudizio degli altri e può condurre, conseguentemente, a temere o ad emulare l’altro. La competizione può, allora, essere anche intesa come la pressione che un individuo sviluppa verso altri individui, che ritiene di pari livello fisico o cognitivo, nel raggiungere un certo obiettivo/risultato. Ed una delle conseguenze, quasi immediate, può essere rappresentata dall’esperienza di ansia, nello specifico quella da prestazione. L’ansia da prestazione consiste nel timore, nella preoccupazione eccessiva e sproporzionata per una situazione futura, in cui è richiesta una certa performance.

Cioè può succedere che, se siamo sotto pressione, la nostra mente anticipa tale situazione prefigurandosi esiti catastrofici: insorge allora il timore di essere valutato negativamente, di risultare impacciato, inadeguato e di fallire. Questo tipo di ansia, di solito, è accompagnata da una serie di sintomi quali stress, irritabilità e insonnia che aumentano in prossimità della “prova” da eseguire. Possiamo allora vivere sensazioni fisiologiche spiacevoli, essere invasi da pensieri negativi, senso di inadeguatezza e impotenza. A livello corporeo possiamo notare tremori, palpitazioni, sudorazione eccessiva, tensioni muscolari e rossori. Infine nei comportamenti  la gestualità e la mimica appaiono impacciate, grossolane e indecise (www.ipsico.it). Questo può accadere perché percepiamo il nostro operato esclusivamente in relazione al giudizio dell’altro e forse la nostra autostima non è ancora sufficientemente consolidata, così come la nostra percezione di auto efficacia, cioè il nostro modo di sentirci competenti in una mansione o in un ruolo.

Ed allora, con il sentimento di ansia, possono innescarsi molte idee irrazionali che sono ben definite nella massima: “se non raggiungo la perfezione, non avrò successo e per questo sarò rifiutato dagli altri”. Questa visione così rigida coinvolge tutta la persona, perciò basta un solo errore per far precipitare l’autostima e generare, di conseguenza, un profondo malessere. Le emozioni, i comportamenti e le convinzioni che ne seguono vanno automaticamente tutti nella direzione dell’insuccesso e le probabilità che esso si verifichi cominciano allora a diventare oggettivamente molto alte, strutturandosi in una profezia che si autoavvera. Ciò conferma le convinzioni errate di partenza dell’individuo, andando a innescare un circolo vizioso difficile da interrompere. L’ansia da prestazione cresce sempre di più, le aspettative della persona aumentano, rendendola ancora più esigente e sensibile a ogni più piccolo segnale di insuccesso.

L’ansia sul posto di lavoro può essere una condizione normale e transitoria quando, per esempio, si inizia una nuova esperienza o quando la mansione affidata è molto importante o complessa. I sintomi dell’ansia da prestazione lavorativa sono in genere anche angoscia, paura, sensazioni di incapacità, che talvolta sfociano in veri e propri attacchi di panico e non si attenuano nè con l’esperienza nè con i feedback positivi del datore di lavoro o dei colleghi, ma solo durante il fine settimana o l’inizio delle ferie, per poi ripresentarsi nel momento in cui si deve tornare sul posto di lavoro. Questo tipo di ansia può generalizzarsi a tutte le possibilità di lavoro presenti e future. Generalmente chi ne soffre tende a portare sia il lavoro che le proprie frustrazioni nel nucleo familiare e dunque possiamo apparire stanchi, frustrati, troppo silenziosi o logorroici rischiando di compromettere così anche le nostre relazioni affettive (www.consultorioantera.it). Chiunque potrebbe soffrire di ansia da prestazione in molte situazioni quotidiane, la cosa importante è chiedere consiglio su come gestirla e superarla prima che diventi generalizzata e invalidante andando ad intaccare diverse aree della vita.

In conclusione, si potrebbe affermare che una sana competizione può portarci ad accrescere e migliorare le nostre abilità e competenze ed, indirettamente, possiamo sentirci inondati dall’esperienza con l’altro, liberi di esperire sentimenti che evocano fiducia, serenità, clima collaborativo. Si tratta dunque di promuovere l’innesco di un circolo virtuoso che si compone di modalità empatiche, auto arricchimento reciproco, in un contesto scevro di giudizi e stereotipi. Ciascuno di noi, infatti,  può avere qualcosa del suo particolare curriculum di vita da insegnare all’altro e ciascuno di noi può allora imparare a sentirsi capace e competente perché pervaso di stima e rispetto, in una realtà in cui il confronto con l’altro diventa auspicabile per trovare nuovi modi di realizzarsi. 

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Ilaria Quattrociocche

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