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La dottoressa Ilaria Quattrociocche

La gelosia. Cos'è, da dove nasce, dove ci conduce

La dea Era, sposa di Zeus, re degli dei, è la dea del matrimonio. Regale e fedele, ma anche vendicativa, infatti secondo la mitologia greca  perseguita con accanimento tutte le donne che l'infedele Zeus ama. Dopo uno dei soliti litigi con Zeus, Era, adirata, si era ritirata nell'isola di Eubea e si rifiutava di tornare sull'Olimpo, a fianco dello sposo regale.

Passò un po' di tempo e Zeus cominciò a sentire la mancanza della moglie, ma non voleva abbassarsi a supplicarla di tornare. Perciò di nascosto fece sapere che avrebbe sposato una ninfa e che la sua bella fidanzata stava per raggiungerlo su un meraviglioso carro nuziale.Fece preparare un fantoccio di legno, lo fece vestire di veli e ornare di gioielli, poi si mise ad aspettare l'effetto della sua burla. Era, pazza di gelosia, fece in modo di trovarsi sulla strada che avrebbe dovuto percorrere la “fidanzata" e, appena vide arrivare il carro, si precipitò sulla rivale.

Le strappò di dosso veli e diademi, finché si accorse che... la promessa sposa era di legno. La sua furia svanì in una risata. Ma le storie di oggi non hanno sempre questo finale, pur essendo intrise dello stesso sentimento: la gelosia. Il termine “gelosia” (dal latino zelosus: zelo, emulazione, brama, desiderio) fa riferimento ad un sentimento umano. Assume nel tempo il significato di timore che un rivale ottenga l'affetto di qualcuno a noi caro. E’ una tipica esperienza nei rapporti umani, ed è stata osservata anche in bambini di appena cinque mesi.

“Sei parte di me, sono parte di te”, “Tu sei mia/mio”, “Se vai via potrei morire”: sembrano frasi da film romantico, ma celano, tra le righe, il sentimento della gelosia, di quell’ansia di possesso che ci porta a pensare che l’altro possa abbandonarci da un momento all’altro o tradirci. Ma che cos’è la gelosia? E da cosa nasce? Accade che si struttura nella nostra mente l’idea di poter perdere, da un momento all’altro, ciò che riteniamo più prezioso nella nostra vita, l’oggetto del desiderio che soddisfa il nostro bisogno più profondo: quello di avere qualcuno che si prenda interamente cura di noi.

Un sentimento che ha a che fare con la possessività, con il pensiero e la convinzione di poter avere l’altro tutto per noi, in via esclusiva. Ci convinciamo che l’altro sia indispensabile per la nostra sopravvivenza, proprio come un genitore che si prende cura di noi durante l’infanzia, quando siamo bambini e non siamo in grado di cavarcela da soli. Questa prospettiva interpretativa ci invita a guardare indietro, a tornare nelle prime fasi di vita, dal nostro “io bambino”. Quando siamo piccoli non siamo autosufficienti: dalla nascita la nostra cura è delegata a qualcun altro, i nostri genitori o le altre figure di riferimento che ci accudiscono e che soddisfano i nostri bisogni primari. Sia quelli concreti come la nutrizione, sia quelli emotivi e psicologici come l’esigenza di sentirsi amati e protetti.

Con la crescita poi ciascuno di noi è chiamato ad assumersi la responsabilità della propria cura, avviando un processo noto come individuazione, che dura tutta la vita. Se abbiamo ricevuto “cure sufficientemente buone” , per dirla alla maniera di Winnicott, allora possiamo sviluppare anche una certa indipendenza rispetto all’altro e una nostra stabilità emotiva interiore. Se invece non riusciamo a raggiungere questa maturazione necessaria può innestarsi una dinamica di gelosia patologica, morbosa e ossessiva.

Ed in questo caso il sentimento di gelosia diventa una vera e propria malattia. L’altro, “l’oggetto del nostro amore”, viene concepito come colui o colei dal quale dipende interamente la nostra esistenza. A lui o a lei deleghiamo la nostra cura e deve necessariamente soddisfare i nostri bisogni. Ecco allora che ci caliamo in una situazione di dipendenza dall’altro e possiamo anche arrivare a pretendere un amore totale, esclusivo e soprattutto incondizionato.

Possiamo quindi ritrovarci a pretendere un particolare tipo d’amore che dovrebbe essere concepito soltanto per un bambino. E la persona “amata”, in questo tipo di relazione, non è altro che il recipiente delle mie proiezioni, di ciò che ho avuto in termini di cura durante la mia infanzia e che vorrei ancora, oppure di ciò che non ho mai avuto e che voglio ora. Ma il nostro compagno o compagna non sono la nostra persona di accudimento e non possiamo avere da loro ciò che ci ha dato ,o avrebbe dovuto darci, qualcun altro.

Per questo motivo nella dinamica della gelosia si innescano comportamenti di controllo: il timore della perdita è strettamente connesso al nostro benessere. Io pretendo che l’altro appaghi i miei bisogni emotivi e che si comporti nei miei confronti come io nei suoi. Se non lo fa mi sento in diritto di protestare. Ecco allora che ci possiamo sentire pervasi da paura irrazionale di essere abbandonati, anche in assenza di reali situazioni di tradimento del partner e possiamo avvertire l’esigenza di controllare di sapere con chi esce, dove va, manipolare il suo telefono. iniziamo magari ad avere sospetti per ogni comportamento del partner nei confronti di potenziali rivali verso i quali proviamo invidia e aggressività.

Chi vive il proprio rapporto nella dimensione della gelosia, tende a idealizzare oltremisura l’altro, attribuendo tutta una serie di caratteristiche, di pregi, di abilità di cui lui/lei sente di aver bisogno e di non poter avere. Sono quelle caratteristiche che fanno del partner l’oggetto del desiderio in quanto portatore di elementi cui il geloso non ha accesso. Colui o colei che subisce questa gelosia morbosa può vivere in perfetta sintonia con il partner geloso, arrivando a una collusione con questi comportamenti. Tra i due si instaura una relazione in cui i ruoli non sono paritetici, come in un rapporto sano tra adulti, ma sono i ruoli di genitore e bambino. Solitamente in questo caso vi è un crollo totale della sessualità poiché la relazione si fonda sull’accudimento.

Oppure può accadere che si subisce la gelosia del partner come una violenza, sentendo tutto il peso della proiezioni. Si percepisce l’oppressione di un ruolo che gli è estraneo, quello della cura genitoriale, e finisce con cercare di allontanarsi (www.lafenicepsicologia.it). Per poter uscire da una dimensione di gelosia morbosa e irrazionale e vivere finalmente la nostra meravigliosa storia d’amore è necessario lavorare su noi stessi. Uno dei ruoli dello psicologo è guidare alla comprensione di dinamiche come queste: ripercorrendo insieme i sentieri dell’infanzia, possiamo insieme ritrovare e coltivare quegli elementi di cura di cui tanto abbiamo bisogno.

Solo così saremo in grado di costruire una relazione sana e duratura con l’altro e, riconoscendo la sua indipendenza e autonomia, non lo vedremo più come qualcuno che ci salva, ma come qualcuno che ci stimola a migliorare noi stessi, con cui crescere insieme, mantenendo sempre la nostra distinta identità.

Ilaria Quattrociocche

Sarò lieta di accogliere ancora richieste su argomenti di vostro particolare interesse e per tale motivo Vi lascio qui il mio personale indirizzo di posta elettronica ilaria.quattrociocche@gmail.com  - Inoltre è possibile prenotare la vostra consulenza, in presenza oppure on-line, ed i miei contatti sono:  Skype Ilaria Quattrociocche Psicologa oppure messenger/Facebook

*La dott.ssa Ilaria Quattrociocche è una Psicologa Clinica, laureata presso l’Università degli Studi dell’Aquila, abilitata all'esercizio della professione (Albo A), specializzata in Trattamento Funzionale Antistress e tecniche di comunicazione efficace. Laureanda in Scienze Pedagogiche presso l’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale.

Si occupa delle maggiori problematiche psicologiche: depressione, disturbi ossessivi compulsivi, disturbi d’ansia, disturbi correlati ad eventi traumatici e stressanti, disturbi da sintomi somatici, disturbi di personalità, disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, disturbi del sonno - veglia, disturbi di abuso di sostanze e disturbi della sfera sessuale. Attualmente svolge la libera professione presso il suo studio sito in Sant'Apollinare (FR). Il suo obiettivo è quello di applicare con le persone in difficoltà  procedure di comunicazione efficace e protocolli empatici per affrontare insieme eventuali disagi nel rispetto delle caratteristiche uniche ed irripetibili che ciascuno possiede. L’impegno è risolvere problematiche e potenziare le abilità in modo creativo e flessibile, ponendo attenzione ai tempi ed alle modalità personali, trovando gli strumenti utili per vivere una vita più felice ed appagante.

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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