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"Non odiare", l'opera prima di Mauro Mancini

E’ un imperativo lucido e necessario quello che il regista ciociaro, Mauro Mancini, lancia al pubblico con il suo primo lungometraggio: Non odiare. Presentato in concorso alla XXXV edizione della Settimana Internazionale della Critica, all’interno della Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia (2020), quest’opera getta luce, con rigore e schiettezza, sui germi marci di un antisemitismo ancora attuale e sul drammatico conflitto tra principi etici e deontologici, razionali e istintivi. Conflitto che si risolve sempre nell’inevitabile necessità di compiere una scelta, per quanto questa possa apparire difficile. Chi, nel nostro caso, si trova a dover scegliere quale strada imboccare, è Simone Segre (Alessandro Gassman), un affermato chirurgo di origine ebraica che, una mattina, durante un giro in canoa, si imbatte nella visione di un incidente stradale in cui un uomo rimane gravemente ferito. Nell’immediato cerca di prestargli soccorso ma nel momento in cui si accorge che ha una svastica tatuata sul petto, decide di abbandonarlo al suo destino, incapace di accettare la vista di un simbolo così carico di atrocità e memorie brutali. Si tratta di un vero fulmine al ciel sereno. Il mancato intervento, infatti, causa la morte dell’uomo e questo evento scardina completamente la grigia monotonia quotidiana di Segre che, assalito dai sensi di colpa, dopo aver scoperto che la vittima ha lasciato tre figli, decide di assumere come domestica la maggiore di casa, Marica (Sara Serraiocco), per cercare di venire incontro alla precaria situazione economica della sua famiglia. Presto, però, l’ingresso della giovane ragazza in casa del medico, suscita l’ira violenta di suo fratello Marcello (Luka Zunic), un diciassettenne imbevuto d’ira e ideali neonazisti, non in grado di sopportare il fatto che la sorella presti servizio ad un ebreo. Sulla base di questi presupposti, le vite di Simone, Marica e Marcello, compreso il fratellino minore, si intrecciano progressivamente, andando a restituire allo spettatore spaccati umani tormentati, alimentati dalla solitudine, tensione, odio ma, in ultima battuta, dal perdono. Ecco, il perdono. E’ forse questa la chiave di lettura di una pellicola che, pur poggiando su una sceneggiatura a tratti stringata ed essenziale, riesce a trasmettere con onestà d’espressione e sincerità d’intento, un messaggio importante: la necessità di perdonare. Il regista, in questo senso, focalizzandosi con grande tecnica sull’espressività dei volti in campo, pause prolungate, silenzi mai stati così loquaci, costruisce una storia umana, reale, priva di sentimentalismi, in cui i protagonisti in scena imparano, poco a poco, e seppur in misura diversa, a “non odiare”. I personaggi maschili, in particolare, smorzano volontariamente i propri sentimenti di ostilità, innescati o dalla presa di coscienza di verità scomode o da uno sterile fanatismo di razza, al fine di far prevalere valori più nobili, quali l’amore e l’affetto familiare. Ciascuno a suo modo, insomma, ravvedendosi circa le proprie iniziali convinzioni, finisce col mutare prospettiva sulle cose. Ciascuno si ravvede e, soprattutto, compie delle nuove scelte che prospettano un’umanità in fondo positiva, nella quale, forse, vale ancora la pena riporre fiducia.                                          Marika Iannetta

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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