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La stella rossa a cinque punte innalzata su di un grattacielo di Fiume

A Fiume è spuntata una stella rossa a cinque punte

Sulla parte più alta di un grattacielo, nel cuore della bellissima città di Fiume, perla della Croazia che conserva ancora ben visibili le sue eleganti tracce d’italianità nonostante oggi si chiami Rijeka, è improvvisamente spuntata una gigantesca stella rossa a cinque punte, il marchio indelebile del regime comunista nel cui nome tanti crimini nefandi ed inenarrabili sono stati compiuti. Questa scultura, plasmata dal genio dell’artista serbo Nemanja Cvijanovic, che si è laureato all’Accademia delle Belle Arti di Venezia, è fatta da 2.800 schegge di vetro rosso che simboleggiano i 2.800 partigiani titini morti durante la battaglia per la conquista di Fiume, occupata dalle truppe tedesche e repubblichine, che si svolse dal 17 aprile al 2 maggio del 1945. L’ingombrante stella rossa, disposta in maniera tale che possa essere perfettamente visibile anche da lunga distanza, dovrebbe rimanere esposta sul cocuzzolo del grattacielo fino al 4 ottobre. A meno che non venga disposto altrimenti e magari si decida di prolungare sine die il periodo della sua esposizione. Tutto ciò, si badi bene, accade in questi giorni a Fiume, anzi a Rijeka, Capitale della Cultura Europea 2020. A quanto sembra l’opera è stata realizzata con i finanziamenti dell’Unione Europea, e fin qui niente di particolarmente strano. Il fatto è, però, che una risoluzione europea di un anno fa (19 settembre 2019) aveva inserito il regime di Josip Broz, alias Tito, nella lunga lista dei regimi dittatoriali. Quindi si prendono i soldi dall’Europa e si realizza un’opera che infrange una disposizione dell’Europa stessa, per inneggiare ad un regime antidemocratico e dittatoriale che ha sulla coscienza tanti misfatti aberranti. La comunità italiana che abitava in quelle terre ha pagato un prezzo durissimo: basti pensare alle tante migliaia d’innocenti scaraventati nelle foibe o al gigantesco esodo che ha visto 350 mila nostri connazionali lasciare ogni cosa nelle mani dei titini. Per questo quella grande stella rossa, messa lassù in alto, ci sembra un doloroso oltraggio a quei morti e a chi tanto ha penato e patito per non aver voluto rinnegare l’italianità. Ma, detto ciò, c’è un altro nodo da sciogliere: furono davvero 2.800 i partigiani comunisti caduti nella battaglia di Fiume? Per saperne di più ci siamo rivolti ad uno studioso serio, attento e preparato, Marino Micich, direttore dell’Archivio del Museo Storico di Fiume, a Roma. «La cifra è sicuramente esagerata: gli studiosi più accreditati, infatti, e per di più croati (basti citare gli autorevoli storici Strcic e Giron), parlano di un numero di vittime che oscilla tra le 350 e le 500. Ad onor del vero i due, oggi scomparsi, si riservavano di rivedere un po’ le cifre, ma da 350 a 2.800, tante quante sono le schegge di vetro che formano la stella a cinque punte installata in bella evidenza sul grattacielo di Fiume, passa una bella differenza. E poi c’è da dire ancora un’altra cosa: i due storici croati affermano che in quella battaglia per la presa della città, tra soldati tedeschi e militi repubblichini italiani si contarono all’incirca 1.600 vittime. Se davvero le perdite dei partigiani jugoslavi furono 2.800, a quel punto la battaglia di Fiume l’avrebbero vinta i tedeschi e i repubblichini. Ma, come sappiamo, le cose sono andate diversamente. Ad ogni modo se esistono studi aggiornati e documentati per avvalorare un numero così rilevante di vittime slave, sarebbe utile avere la fonte per poterla analizzare e studiare. Io ricordo che un altro eminente studioso, il prof. Sobolevski, parlando più volte con me, affermava di non conoscere le cifre esatte ma stimava in 500 morti le perdite titine. Ad ogni modo se ci sono delle fonti storiche venute alla luce di recente mi piacerebbe poterle visionare». Anche dal punto di vista storico, dunque, quelle vittime sono state artatamente aumentate. E ciò al solo scopo di riportare in auge la memoria di un regime sanguinario, efferato e crudele che evidentemente da quelle parti, specialmente in alcuni ambienti, va ancora molto di moda. La comunità italiana di Fiume, ovviamente, non l’ha presa per niente bene. Lo scultore, dal canto suo, si è schernito dicendo che quell’opera vuole essere un omaggio al movimento internazionale operaio e intende simboleggiare l’eterna lotta per la giustizia. Un nobile intento, per carità. Peccato solo che lo si faccia innalzando un nefasto simbolo di morte. Di quale giustizia, infatti, hanno potuto giovarsi, in quei drammatici momenti, gli italiani che abitavano in quelle terre da sempre italiane? E quale giustizia c’è stata nella decisione di annettere Fiume, Zara e la penisola istriana alla Jugoslavia di Tito? Vorremmo tanto che qualcuno, magari proprio dalla democratica Repubblica di Croazia, un giorno ce lo potesse spiegare.                
                       Fernando Riccardi

 

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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