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In isolamento da un mese perché non si negativizzano, il loro bimbo di 8 mesi non è stato più visitato

Una giovane coppia con un bimbo di 8 mesi. Tutti positivi al Coronavirus. Un caso diventato un’odissea: chiusi nella loro abitazione da circa un mese. Precedentemente erano stati ricoverati in ospedale. Lui 39enne di Cassino, lei 41enne. Domiciliati a Frosinone. Non si negativizzano e si sentono abbandonati dalle autorità sanitarie. Anche se ricevono la consueta telefonata dall’Asl che s’informa del loro stato di salute. Il pensiero di questa coppia è rivolto esclusivamente al figlio che ha contratto il virus un mese fa, è stato ricoverato al Bambin Gesù di Roma e successivamente dimesso a fine agosto. Ma dal giorno delle dimissioni non è più stato sottoposto ad un controllo pediatrico. Così precisano i genitori.
La coppia chiede maggiore attenzione per la loro creatura e la visita di un pediatra. 
L’incubo di questa famiglia è iniziato il 21 agosto scorso, quando il 39enne ha manifestato i sintomi influenzali: febbre, tosse, mal di gola e senso di spossatezza. Il giovane si era già sottoposto al test sierologico che aveva dato esito negativo. Pensava che i sintomi fossero legati agli sbalzi termici. Ma dopo qualche giorno anche la compagna e il bambino hanno iniziato a stare male. Si è recato due volte al drive-in di Frosinone e solo insistendo è riuscito a farsi fare il tampone, con prescrizione del medico curante. Il giorno seguente la Asl lo ha informato della sua positività. La compagna e il figlio sono stati portati al Bambin Gesù. Entrambi sottoposti a tampone ed entrambi risultati positivi. Al piccolo, che aveva 7 mesi, sono stati diagnosticati un principio di polmonite ed una lieve pleurite. Nel frattempo il papà è stato ricoverato allo Spaziani per via di alcune difficoltà respiratorie. Alcuni giorni dopo, sono stati tutti dimessi con l’obbligo della quarantena. Da allora un altro calvario: nonostante i tamponi, i genitori non si sono ancora negativizzati. Il piccolo, invece, non è più stato sottoposto ad uno screening per verificare se la crescita stia avvenendo regolarmente. Anche se a colpo d’occhio, salvo alcuni giorni che è inappetente, sembra procedere tutto per il verso giusto. Dalla metà di settembre, la coppia continua a sottoporsi regolarmente al tampone che finora ha dato sempre esito positivo. 
«Siamo in isolamento da circa un mese. La Asl ci contatta una volta a settimana, ma non abbiamo avuto alcun tipo di assistenza per nostro figlio. Non conosciamo il suo quadro clinico e non sappiamo se sia negativizzato. Quest’odissea ha fatto emergere una serie di comportamenti errati e superficiali da parte delle autorità. L’unica cosa che realmente funziona è la raccolta dei rifiuti speciali. Dalla ditta incaricata alla raccolta ci chiamano ogni giorno. Per il resto posso dire - ha sottolineato il 39enne - che sono tutti assenti. Fatta eccezione per i nostri familiari. Come si può pensare di combattere una pandemia in questo modo? E c’è da dire che quando sono risultato positivo e sono stato ricoverato allo Spaziani, la Asl mi ha inviato un messaggio per informarmi che ero negativo. Se fossi uscito avrei potuto infettare chissà quante persone. Mi rendo conto che a livello organizzativo possano esserci delle pecche perché è una novità per tutti e sappiamo bene, io e la mia compagna, che dobbiamo attendere per negativizzarci, ma proprio non trovo una spiegazione al perché mio figlio, un bimbo di 8 mesi, non sia più stato visitato dalle dimissioni e non ci sia stato nemmeno interesse per il suo caso. Sono davvero amareggiato per questa incomprensibile indifferenza. Come avremmo vissuto in questo mese se non avessimo avuto i familiari a poca distanza da casa? E se risultassimo ancora positivi nelle prossime settimane, cosa da mettere in conto, quale specialista si prenderà cura della salute di nostro figlio?».           

Dall'edizione digitale di venerdì 25 settembre 2020

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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