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Cassino e San Filippo Neri

Quali furono i rapporti tra San Filippo Neri (1515-1595) e la città di Cassino, allora San Germano? Tra i cassinati è abbastanza diffusa la convinzione che il Santo fosse originario di questa città. La convinzione è determinata dal fatto che nel cassinate il cognome Neri è molto presente. E infatti basta scorrere l’elenco telefonico per rendersene conto. Quasi a conferma poi, sussiste la tradizione della presenza di Filippo a San Germano, almeno per un certo periodo. In realtà le cose non stanno proprio così. Si occupò dell’argomento il compianto don Anselmo Lentini O.S.B. (San Filippo e Montecassino, in “Quaderni dell’oratorio”, n. 8), che evidenziò l’origine fiorentina del Santo e la sua permanenza per circa due anni nella nostra città. Senza ripercorrere la vita radiosa di Filippo, Pippo buono, (su cui si è sedimentata una vastissima bibliografia storica ed agiografica, basti qui segnalare i due volumi fondamentali di A. Capecelatro, “La vita di San Filippo Neri”, Roma, 1899), ci soffermiamo un attimo sulla sua nascita in Firenze, avvenuta il 21 luglio 1515, dal notaio ser Francesco Neri e da Lucrezia da Mosciano: la famiglia, pur di origini nobili, non era molto facoltosa, possedeva qualche piccolo podere non sufficiente al sostentamento. Proveniente da Castelfranco Valdarno, si era trasferita a Firenze nel secolo XV. Ser Francesco ebbe quattro figli: Filippo, che rinnovava il nome del nonno paterno, Antonio, che morì fanciullo, Caterina e Lisabetta. Filippo visse e si formò a Firenze fino all’età di diciotto anni circa. Tra il 1532 e il 1533 lo zio Romolo Neri, cugino del padre, lo invitò a trasferirsi a San Germano, dove risiedeva con la moglie donna Lisabetta del Cegia. Romolo Neri era dedito al commercio e per questa ragione si era stabilito in città. Pare che gli affari gli andassero molto bene e che disponesse di discrete ricchezze: si dice che possedesse 22.000 scudi. Donna Lisabetta non poteva dargli dei figli, perciò Romolo pensò di chiamare a sé il giovane nipote, ultimo rampollo maschio che potesse assicurare la discendenza dei Neri: lo avrebbe avviato alla mercatura e a lui avrebbe lasciato in eredità i suoi averi. Non sappiamo con quale animo, anche se possiamo intuirlo, Filippo accettò l’invito: era, la sua, l’età dei grandi travagli spirituali e delle ineludibili e definitive scelte. Dopo un lungo e faticoso viaggio eccolo a San Germano, dove rimase per circa due anni. Le fonti non ci dicono cosa facesse il giovane in città. Abbiamo solo pochi cenni riguardo alle vicende spirituali. Si fece subito benvolere dallo zio grazie alla sua indole buona ed estremamente disponibile verso tutti. Ebbe l’assistenza di un monaco di Montecassino, don Eusebio da Eboli, patrizio napoletano: questo ci fa pensare che frequentasse abbastanza assiduamente il soprastante monastero, inerpicandosi sull’unica mulattiera allora esistente. E qui, infatti, “gettò i fondamenti di un’altissima perfezione”. Altrettanto spesso si recava alla montagna spaccata di Gaeta, alla cappella della Trinità, annessa al piccolo monastero benedettino del secolo XI. Di qui scendeva “per una scala di trentacinque scalini formati da spranghe di ferro conficcate nel monte” e si raccoglieva in preghiera e in meditazione nel minuscolo santuario del Santissimo Crocifisso, eretto su un macigno incastrato tra le pareti della montagna spaccata. Fu proprio durante una di queste soste che Filippo assunse la decisione irremovibile di darsi tutto e in ogni modo a Dio. Rinunciò alla vita sicura ed agiata offertagli dallo zio e lasciò San Germano alla volta di Roma, senza mezzi e senza prospettive, povero tra i poveri. Ma il suo destino era già scritto a caratteri d’oro. Circa il soggiorno a San Germano il Lentini, sulla scorta del Capecelatro e di ricerche personali ci fornisce qualche particolare importante. Il giovane Filippo abitava in una stanza del primo piano di un palazzo che sorgeva “nella parte piana della città e in un sito assai frequentato”. Il palazzo, ai tempi del Capecelatro, era di proprietà della famiglia Mascioli. Lo era ancora nell’anteguerra e si trovava in via Vittorio Emanuele (poi via Napoli, al n. 28, precisa Lentini, e oggi via De Nicola). Nel secolo scorso era ancora vivo il ricordo della “camera di San Filippo” e il Capecelatro riferisce che “i Padri dell’oratorio di Roma, coadiuvati da quelli di Napoli, avevano cominciato delle pratiche con l’Abate di Montecassino per ottenere dai Mascioli la cessione di tale Camera e della stanza sottoposta (a piano terreno) per ridurle a chiesetta da dedicare al Santo”. Le pratiche si interruppero per il sopraggiungere dei noti rivolgimenti politici del 1860. In seguito, nel palazzo Mascioli, fu allestita una cappella a cura dei proprietari, non nella “camera di San Filippo”, ma al piano superiore, con un altare ligneo custodito in un armadio, che all'occorrenza si apriva. Queste notizie le fornisce il Lentini, che aggiunge: “Nella cappella si celebrava ogni tanto, anche secondo la disponibilità dei sacerdoti, la Messa; la famiglia vi recitava il Rosario, vi compiva il Mese mariano, vi celebrava i battesimi e vi esponeva le salme dei propri membri. L’Abate Ordinario di Montecassino, i sacerdoti, i fedeli vi salivano di tanto in tanto a pregare, per devozione alla memoria del Santo”. In casa Mascioli si conservava come reliquia un mattone ligneo che si dice fosse stato usato da San Filippo come supporto della lucerna. I bombardamenti del 1944 hanno distrutto il palazzo Mascioli con tutti i preziosi ricordi che ad esso erano legati. Dunque abbiamo visto che la presenza di San Filippo Neri a Cassino è stato un fatto contingente, anche se fondamentale per la sua vocazione. Il ramo locale dei Neri non ha legami con la famiglia fiorentina di ser Francesco e tantomeno con il cugino Romolo, che non ebbe figli. Però a Sant’Apollinare, dove i Neri sono numerosi, c’è qualche anziano che si compiace di vantare legami di parentela con il nostro Santo.                  Emilio Pistilli

 

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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