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Sussulti patriottici nella Valle del Liri

Il 12 settembre del 1870, alle ore 7.30, i battaglioni 26° e 44° della IX divisione, al comando del luogotenente generale Diego Angioletti, partiti da Napoli, attraversarono il fiume Liri, passando il confine con lo Stato Pontificio. Non incontrarono resistenza in quanto i gendarmi pontifici già da qualche giorno avevano ricevuto l’ordine di abbandonare la linea di confine. I soldati italiani, però, avanzarono con molta cautela in quanto credevano che i papalini avessero minato le rive del fiume prima di ritirarsi. I battaglioni 26° e 44°, incorporati nella brigata “Savona” (maggiore generale De Sauget), agli ordini dei maggiori Arborio Mella e Colombini, alle ore 9.10 occuparono Ceprano e presero possesso della stazione del telegrafo. Il 13 settembre giunsero a Frosinone e il giorno seguente, dopo essersi divisi in due colonne, una marciante all’interno (via Casilina) e l’altra lungo l’itinerario costiero (via Appia) occuparono Anagni e Terracina. Il 15 settembre giunsero a Valmontone e il 16 a Velletri, per poi partecipare allo scontro di Porta Pia ed entrare in Roma con le altre truppe italiane (20 settembre). Come si può constatare da queste brevi note nella media valle del Liri le operazioni militari che condussero alla presa di Roma e alla cessazione del potere temporale della Chiesa, furono davvero poca cosa. Quello meridionale, infatti, era uno scenario secondario in quanto la città eterna venne investita dalle truppe italiane specialmente da nord. Al di là del fatto poi che la stessa battaglia che si tenne nei pressi di Porta Pia fu più che altro una breve scaramuccia con la quale Pio IX volle dimostrare al mondo intero che Roma veniva conquistata con la forza delle armi, contro la sua volontà e, soprattutto, con un grave atto di sopraffazione. Ma più di questo non volle e non poté fare, anche perché l’imperatore francese Napoleone III, che lo aveva protetto fino ad allora dalle mire rapaci del re sabaudo, qualche giorno prima era stato gravemente sconfitto a Sedàn, nelle Ardenne, dai prussiani (2 settembre 1870). Quindi tutto andò così come doveva finire. Ma la popolazione che per tanti secoli era stata amministrata dal papa-re, come reagì a questo cambio di rotta? Con la più totale indifferenza. Prima c’erano i papalini, ora gli italiani, ma le condizioni, per la gran parte della gente, non mutavano affatto: povera era prima e povera si ritrovò dopo. Anche perché i cambiamenti di regime raramente determinano miglioramenti sensibili per le classi più umili. E poi non bisogna dimenticare che la Delegazione Apostolica di Frosinone era tra i territori più economicamente depressi dello Stato Pontificio. Malgrado la desolazione e il generale disinteresse, però, qualche sussulto patriottico si registrò anche in queste derelitte latitudini. Nell’Archivio di Stato di Frosinone, scartabellando tra i rapporti che i comandi di Gendarmeria Pontificia inviavano ogni settimana al Delegato Apostolico di Frosinone, ho rinvenuto un documento relativo alla brigata di Ceprano, datato 31 agosto 1870. Molto importante la data: proprio quel giorno, infatti, nell’ambito della guerra franco-prussiana, iniziava la decisiva battaglia di Sedàn, che si concluse il 2 settembre con la rovinosa sconfitta dei Francesi, con Napoleone III che si consegnò prigioniero ai prussiani e che, dopo un breve periodo di detenzione, partì per l’esilio in Inghilterra, mentre a Parigi si varava la sua deposizione. I gendarmi papalini di Ceprano quel giorno arrestarono Ignazio Valenti “d’Isoletta in Regno giovane assai pregiudicato” mentre “introduceva nel nostro Stato scritti proibiti e stampe sediziose”. Tali stampe gli furono trovate addosso, nel corso di una perquisizione, “entro la saccoccia interna della giacca”. Si trattava di alcune copie del giornale “Il Pungolo”, del 27, 29 e 31 agosto 1870. Essendo proibita la circolazione nello Stato Pontificio di organi di stampa considerati “sediziosi”, il materiale gli fu sequestrato, con l’apposizione di un “suggello”, e il Valenti fu tratto in arresto e rinchiuso nelle carceri di Ceprano. La sua detenzione, però, dovette durare poco in quanto, di lì a qualche giorno (12 settembre), le truppe italiane occuparono Ceprano e rimisero in libertà i prigionieri politici. A questo punto mi sembra utile dare qualche notizia sul giornale “Il Pungolo”. Uscì per la prima volta a Napoli nell’ottobre del 1860 per iniziativa di un patriota veneto, Iacopo Comin, e del cognato Leone Fortis. Fu uno dei giornali più longevi tanto è vero che restò in auge fino alla fine del XIX secolo quando, oppresso dai debiti, Comin si vide costretto a cedere ad altri la proprietà e la direzione. Usciva di sera, anche nei giorni festivi, ed aveva un formato che oggi si chiama “tabloid”, molto più piccolo degli altri giornali, “non più largo di un fazzoletto da signora”. La redazione si trovava a Napoli, al Largo dei Bianchi allo Spirito Santo. All’inizio “Il Pungolo” fu molto vicino alle posizioni della sinistra storica ma poi, nella seconda metà degli anni ‘70’, si avvicinò alla destra. Non aveva una grande simpatia per Garibaldi e del suo governo dittatoriale “che ha l’abitudine di tutti i governi conservatori… di governare fuori del popolo”. Ad ogni modo non fu mai appiattito su rigide posizioni politiche ed era solito fare le pulci, in maniera impietosa, sia agli amici che ai nemici. Per questo, con il passare del tempo, conquistò un numero sempre crescente di lettori e non solo nella città di Napoli. Nel giornale si parlava di politica, interna ed estera, di costume e di cronaca. I resoconti dei suoi collaboratori erano pungenti (da qui il nome della testata), dissacranti e spesso ben al di là delle righe. Tra questi ricordiamo soprattutto Ferdinando Petruccelli della Gattina, giornalista e parlamentare lucano, che inviava con il telegrafo infuocate corrispondenze da Roma, specialmente contro la destra storica, che gli procurarono più di un duello, come si usava a quei tempi. E così gli toccò di incrociare le lame, tra gli altri, anche con il noto garibaldino Giovani Nicotera. “Il Pungolo” non era diffuso soltanto a Napoli ma anche in tutto il meridione. Ecco perché alcune copie del giornale le troviamo nelle mani di Ignazio Valenti di Isoletta che tentava di introdurle nello Stato Pontificio, appena qualche giorno prima della sua definitiva dissoluzione. Un piccolo episodio quello che abbiamo ricostruito il quale dimostra che anche nella media valle del Liri c’era chi auspicava, tra l’indifferenza generale, che Roma diventasse parte integrante dello stato unitario. Ma anche che, già a quel tempo, la stampa svolgesse un ruolo importante nel diffondere le idee, le aspettative e le aspirazioni. Specialmente per chi sapeva leggere. Cosa che, per la verità, era privilegio di pochi.    Fernando Riccardi

 

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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