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I dieci anni de L’inchiesta-Quotidiano: la resistenza possibile e il territorio da sanificare

Dieci anni di distanza dal cuore del potere, di lontananza dai palazzi e dagli eletti del momento, di lavoro giornalistico per puntare a dare sostanza all’informazione indipendente, di analisi dei problemi dei territori osservati dal punto di vista delle periferie estreme, dal Sud del Lazio lasciato al suo compito di ultima frontiera. Oltre la quale si sprofonda nel Mezzogiorno, senza controllo dello Stato e maledettamente povero e disperato. L’inchiesta-Quotidiano giunge al suo compleanno più importante con l’avvenuto stop alla versione stampata e ormai da settimane fuori dalle edicole. Luoghi dove il virus lo scorso marzo ha bruciato pubblicità, decimato il numero dei lettori, essiccato l’economia dell’editoria locale e le residue possibilità di resistere con conti almeno approssimativamente in ordine e stabili. Anche la tipografia dove stampavamo alla fine si è arresa ed ha chiuso i battenti: sospesa tra noi, con le pubblicazioni ormai bloccate, e l’altro giornale ridotto a cliente allo stremo.

Così il secondo quotidiano locale della provincia di Frosinone e del Lazio meridionale - il nostro - è rimasto tale grazie alla versione digitale in abbonamento, oltre al portale www.linchiestaquotidiano.it che resta punto di riferi- mento gratuito per decine di migliaia di persone ogni giorno. La situazione ha costretto non pochi nostri colleghi a prendere strade diverse. Impossibile an­che voltarsi indietro. Perché questo 2020 era “iniziato” già male a fine 2019 ed ha lasciato il segno nelle esistenze di tutti. Di sicuro abbiamo incrociato tutti i passaggi critici di questa democrazia indebolita, su territori sempre più fragili e avvelenati: reclamando l’acqua pubblica, protestando per i distacchi idrici agli ultimi, chiedendo ammortizzatori in deroga per famiglie ridotte a vivere con poche centinaia di euro al mese, sollecitando risposte per una sanità pubblica sfibrata, smantellata, resa incapace di assicurare servizi salvavita; denunciando la telenovela dei rifiuti romani, delle discariche e degli inceneritori che si ampliano senza controlli stringenti sulle emissioni. Diffidando degli affari (con ben pochi posti di lavoro) portati avanti sempre e comunque mettendo in agenda le valutazioni di impatto ambientale alla Regione per siti di trattamento di scarti di ogni tipo. Ci siamo schierati contro il referendum che ha tagliato la rappresentatività di territori marginali come il nostro. Abbiamo chiesto il rilancio economico ed occupazionale proponendo modelli di riorganizzazione, superando le province, evolvendo verso una trasversalità che cancellasse confini da tempo anacronistici e privi di qualsiasi senso. Mettendo sotto la lente un processo istituzionale che andava governato e che adesso subiamo in considerazione del predominio demografico della provincia di Latina, dalla Camera di commercio alla sanità, fino ai collegi elettorali. Intanto resta un potere arrogante - provinciale nel senso meno nobile del termine - ancora al posto di comando: coi conti correnti degli enti in nero (i bilanci sono in profondo rosso, ma questa è un’altra storia) utilizzati per la leva delle assunzioni e consulenze, per tenere insieme le clientele, magari accontentare i sindaci e i pochi eletti che, pure, dicevano di essere sganciati dal carro dei dominanti. Ma che alla fine si nascondono e non parlano più.

Nella confusione tra politica, carriere e business, tra posti di responsabilità e fortunose rendite salariate, tra informazione e propaganda, tra notizie e pubblicità, tra conti correnti personali e denaro pubblico, le lobby si rafforzano e accumulano ricchezza sulle spalle della gente come noi, delle categorie dipendenti, professionali e produttive. Persone in cerca di qualche punto fermo agganciato ad un lavoro sano. I protetti ed i non garantiti, peraltro, si sono visti molto bene col Covid-19. Per questo è il momento di ringraziare solo chi è rimasto in trincea e si è impegnato come sempre; non bisogna dimenticare chi non ce l’ha fatta, ha abbassato serrande e s’è congedato dai dipendenti nell’umi- liazione completa, ma che comunque ci ha provato; i lavoratori che hanno sofferto e soffrono con le loro famiglie spaccando l’euro; gli imprenditori che tirano avanti dormendo poco la notte. Come quelli che ci sono rimasti vicini assicurandoci la pubblicità anche nella stagione più buia che ricordi il Paese dopo la guerra. Infine ci sono gli amministratori ed i politici che sono rimasti fedeli al popolo che vota. Probabilmente c’è una parte delle nostre vite di cronisti scomparsa, che non tornerà più, restando archiviata insieme al primo decennio di vita del giornale.

Ci affacceremo al 2021 con l’unica grande ambizione di resistere. Perché siamo in un territorio occupato dagli sfruttatori dei beni comuni e delle ultime risorse della natura. Da buona parte di una politica inetta e incompetente. Dagli affaristi che si sono insinuati nei gangli degli enti da dove si dovrebbero gestire le cose di tutti. L’inchiesta-Quotidiano vuol contribuire a sanificare e ricostruire fornendo informazione non addomesticata. Questo territorio ha volontà, pulizia morale, energie e intelligenze che vanno coalizzate. E, come accade dal 2010, non smetteremo di provarci. Perché guai ad aver rimpianti per cose non fatte, venute alla mente magari semplicemente guardando spassionatamente il quartiere in cui viviamo, i paesaggi dei ricordi indelebili, i nostri figli. Auguri, amici!

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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