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Maradona, Paolo Rossi. Gli idoli ci danno una spinta emotiva a metterci in gioco

La morte di Maradona e di Paolo Rossi ha generato in tutto il mondo, non solo calcistico, grande commozione unita ad un senso di perdita e sentimenti di profondo dispiacere. Diego Armando Maradona (Lanús, 30 ottobre 1960 – Tigre, 25 novembre 2020) è stato un calciatore, allenatore di calcio e dirigente sportivo argentino, campione del mondo nel 1986 e vicecampione del mondo nel 1990 con la nazionale argentina. Soprannominato El Pibe de Oro ("il ragazzo d'oro"), è considerato uno dei più grandi calciatori di tutti i tempi, se non il migliore in assoluto.

Paolo Rossi (Prato, 23 settembre 1956 – Siena, 9 dicembre 2020) è stato un calciatore e opinionista italiano, di ruolo attaccante. Con la nazionale italiana si è laureato campione del mondo nel 1982. Soprannominato Pablito, lo si ricorda principalmente per le sue prodezze e per i suoi gol al mondiale di Spagna '82, dove si aggiudicò il titolo di capocannoniere. Come possiamo spiegare i nostri sentimenti nei confronti di questi idoli? Cosa ci porta a scegliere i nostri idoli e perché ne siamo ispirati? Da quelli sportivi a quelli dello spettacolo, ognuno di noi li sceglie in base a bisogni diversi. Anche i processi di imitazione differiscono e possono stimolarci positivamente o coinvolgerci in meccanismi meno funzionali. Maradona e Paolo Rossi di certo si possono definire idoli.

Nel mondo del pallone sono stati calciatori forti, tra i più pagati. Hanno vinto di tutto. Per contro non si possono certo definire come predestinati. Non sono nati ricchi, i genitori non sono stati famosi. Sicuramente possiamo pensare che avessero delle doti calcistiche fuori dalla media, ma il loro successo è stato anche frutto di allenamenti, impegno e passione costante. E quando il successo è frutto di volontà e sacrificio ci risulta più facile identificarci perché siamo portati a pensare che tutto dipenda da noi e non da un destino più o meno benevolo. “Gli idoli sono come la stella polare: essa è irraggiungibile, ma indica la retta via” (Anonimo).

Da dove origina in noi il bisogno di avere degli idoli? Perché spesso capita di sentirci insoddisfatti di ciò che siamo, di ciò che abbiamo, di ciò che facciamo e dei risultati che otteniamo. Spesso possiamo avere l’impressione di non essere all’altezza delle nostre aspettative oppure di quelle che nutrono gli altri su di noi. Ci possiamo sentire allora inadeguati alle richieste che ci arrivano dal mondo che ci circonda (State of mind). E’ la società che sceglie i requisiti e i modelli di comportamento che vengono considerati “vincenti” e che vengono ricompensati con l’approvazione sociale. Possedere questi requisiti eleva a modello e suscita, in chi non li possiede, ammirazione mista ad invidia.

Neil J. Smelser (sociologo americano e ricercatore sul comportamento collettivo) nel suo Manuale di Sociologia, illustra dettagliatamente l’influenza della società sugli individui ed evidenzia come non tutti scelgano gli stessi idoli. Ciascuno infatti crea il suo modello sulla base di quelle che sono le sue necessità e gli obiettivi che si è posto. Esistono però delle condizioni comuni nelle relazioni che costruiamo con il nostro idolo e sono che questo deve basarsi su un duplice rapporto di vicinanza e di lontananza. Ora la vicinanza serve a farci sentire che abbiamo una base comune, i nostri valori, idee, aspettative devono essere in linea con quelle che percepiamo essere quelle del nostro idolo. Solo in questo caso ci possiamo sentire autorizzati a credere che un giorno potremo arrivare ad essere come lui.

La lontananza, per contro, serve a motivare l’impegno che ci viene richiesto nel tentativo di diventare come lui. Pensare “posso riuscirci” ci dà la spinta emotiva a metterci in gioco, ma la considerazione che “non ci sono ancora riuscito” ci spinge a moltiplicare gli sforzi per raggiungere l’obiettivo. L’essere attratti da un idolo non concerne solo i valori più effimeri come fama, successo, soldi. succede infatti che molto più spesso questi valori abbiano accezioni più nobili che sentiamo di voler condividere come amicizia, uguaglianza, impegno sociale.

E’ bene notare anche che l’idea che ci facciamo dell’idolo non corrisponde necessariamente alla realtà, molto spesso si tratta di una nostra costruzione mentale basata sul nostro vissuto, su ciò di cui sentiamo avere bisogno, che evidenzia ciò in cui vogliamo riconoscerci. Non assume quindi rilevanza se la nostra idea corrisponda alla realtà, ciò che conta è che essa risponda alla nostra esigenza del momento in cui l’idolo scelto funga da motivatore e mentore, così da consentire il nostro percorso di crescita e di vita. “Raramente si migliora se non si ha altro modello da imitare che se stessi” (Oliver Goldsmith).

Possono esistere però due tipi di idoli: gli idoli buoni, che sono di sostegno alla nostra crescita personale, e gli idoli cattivi che, al contrario, ci alienano dalla realtà. Se con i “buoni” stabiliamo una relazione positiva, che presenta caratteristiche apprezzate dalla società, il discorso cambia con i “cattivi”. Può infatti accadere di attivare dei meccanismi di identificazione, si affrontano cioè i nostri conflitti emozionali attribuendo ad altri i nostri pensieri, sentimenti o impulsi che spesso ci risultano inaccettabili. L’identificazione porta a fare dell’idolo il nostro unico interesse e la nostra unica fonte di gioia, trascurando tutto il resto e può portare ad  immedesimarci a tal punto in lui da inorgoglirci per i suoi successi e soffrire per i suoi insuccessi come se fossero i nostri. E’ un rapporto meno funzionale che può indicare insicurezza e sfiducia in sé. Quindi il nostro idolo si configura come una scelta e, come tutte le scelte, ci viene richiesta consapevolezza di quello che volgiamo ottenere e disponibilità ad impegnarci per raggiungere i nostri risultati.

Ilaria Quattrociocche

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