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La dottoressa Ilaria Quattrociocche La dottoressa Ilaria Quattrociocche

Accogliamo questo Natale...come un regalo. Simbolo di speranza e fiducia

Ci accingiamo in questi giorni a vivere una delle settimane che dal punto di vista sociale e culturale è tra le più cariche di significato emotivo: la festività del Natale. In realtà può facilmente accadere che tale ricorrenza prenda le sembianze di evento maggiormente consumistico, piuttosto che momento spirituale e religioso. Che si sia credenti o meno, tutti noi siamo in qualche modo coinvolti dall’inarrestabile, quest’anno diversa, corsa all’ultimo regalo, stravolgendo spesso la nostra vita in nome di logiche di consumo e di mercato che incitano, e quasi obbligano, a comprare o fare il più possibile. Sarebbe bello anche ritrovare parte del significato più profondo del Natale.

E considerato l’accorato appello alla responsabilità da parte di tutti gli Enti e strutture preposte alla sicurezza pubblica al fine di evitare assembramenti, file e assalti nei negozi, forse potrebbe essere una valida alternativa rivolgere lo sguardo indietro, ai culti più antichi, troppo spesso dimenticati: Natale è soprattutto simbolo di rinascita e di rinnovamento. Possiamo allora provare a distaccarci, anche solo per qualche istante, da logiche consumistiche e conviviali di cui spesso ci sfugge il senso.

Carl Gustav Jung ci invita a recuperare il significato del Natale attraverso la sua psicologia archetipica: questo evento è simbolicamente connesso ad antichissime feste solstiziali volte a propiziare che le terre lasciate inattive durante l’inverno tornino in primavera a nuova vita; una festa quindi di rinascita prima terrena e poi mitologica, simboleggiata dalla venuta di un fanciullo semidivino. Le feste solstiziali erano connesse fin dall’antichità al culto del sole e della nuova vita che questo avrebbe portato alla fine dell’Inverno.

Quello del “Sol Invictus” può essere considerato il culto antesignano del Natale per come noi oggi lo conosciamo. Tale culto ha origine in Oriente, e in particolare in Siria e in Egitto, dove già in epoche preromane la venuta del Sole era rappresentata nel mito di un fanciullo divino partorito da una vergine donna: è il trionfo della luce sulle tenebre che già in tempi antichi era celebrato in prossimità del 25 dicembre o comunque del solstizio d’inverno.

Il culto del Sole si perpetrò in epoca romana confluendo nel culto del dio Mitra (raffigurato anch’esso come un fanciullo) e fu l’imperatore Aureliano a istituire formalmente la data del 25 dicembre per la festa Dies Natalis Solis Invicti, dedicata appunto alla nascita del Sole, il dio destinato a portare la luce sulle tenebre dell’Inverno. Su tale culto è confluita l’istituzione del Natale cristiano che identifica la data del 25 dicembre come quella della nascita di Gesù Bambino, simbolo di verità, conoscenza e consapevolezza spirituali. Simboli questi cari anche al mondo della letteratura.

Charles Dickens in “A Christmas Carol” (Un Canto di Natale in prosa) del 1843 ci descrive Londra, nella metà del secolo XIX. In una casa desolata, spoglia, senza più mobili a parte qualche sedia, il capofamiglia viene portato in galera per debiti dai gendarmi. I figli e la moglie, in lacrime, lo seguono disperati con lo sguardo mentre i vicini di casa sull’uscio guardano attoniti.

In Canto di Natale ritroviamo lo spirito del Natale come oggi lo conosciamo e lo pratichiamo, al di là delle distorsioni consumistiche, nel suo significato più profondo di riscoperta delle nostre parti più buone e altruistiche di fronte al rinnovato miracolo della natività. Ma la magia del Natale corrisponde anche ad una continua rielaborazione del proprio passato e del proprio futuro, dei valori delle relazioni familiari e degli affetti più profondi, a volte dunque anche dolorose, ma aperte ad una speranza di riscatto e di salvezza. Questo momento può essere pervaso di rimpianto per l'infanzia perduta, con l'obbligo di mostrarsi felici: non sempre il Natale è davvero la festa dei buoni sentimenti.

Un'indagine rivela che il disagio di Natale non è legato all'eccesso di cibo o allo stress da regali, ma ha a che fare soprattutto con aspettative tradite e promesse mancate. E poi il valore dei doni. Per qualcuno i regali di Natale sono una gioia, per altri un incubo. Ma secondo gli antropologi lo scambio di regali è anzitutto uno dei fondamenti delle strutture sociali umane. il senso del donare va ricercato nella carezza, nel sorriso, nell’abbraccio caloroso verso chi, in molti modi magari diversi, a noi ha dato.

Il regalo allora acquista nuovo significato: ciò che lo caratterizza è il pensiero che lo sceglie e che lo accompagna. del resto, solo in questa accezione può davvero acquisire  un inestimabile valore. Che lo si attenda con entusiasmo oppure con trepidazione, che lo si viva in allegria o sbadigliando di noia, il Natale è una festa a cui è difficile restare indifferenti. Le sue implicazioni vanno al di là dei significati religiosi e sociali, e il suo impatto sulla nostra psiche e le nostre emozioni può andare ben oltre il periodo festivo. Promuoviamo allora in noi un ascolto interiore di questo Natale un po' insolito, riscopriamolo davvero come simbolo di rinascita, rinnovamento e quindi cambiamento, ma anche di speranza e fiducia. Fiducia che attraverso le “oscurità” della vita si rafforzi la conoscenza e consapevolezza delle proprie risorse.

È in quest’attraversare gli “inverni” dell’esistenza che si annidano, infatti, le potenzialità creatrici e rigeneratrici della psiche in grado di promuovere un cambiamento ed un’evoluzione interiori. Un’ottima occasione, dunque, per riconnettersi alle proprie energie di rinnovamento e trasformazione. 

Ilaria Quattrociocche

(Psicologa Clinica, laureata presso l’Università degli Studi dell’Aquila, abilitata all'esercizio della professione (Albo A), specializzata in Trattamento Funzionale Antistress e tecniche di comunicazione efficace. Laureanda in Scienze Pedagogiche presso l’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale)

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