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La psicologa Ilaria Quattrociocche La psicologa Ilaria Quattrociocche

Le nostre feste natalizie vissute in una 'bolla'

Quest’anno ci costringe a vivere le festività natalizie in maniera differente, come se avessimo un mitra puntato contro, che ha le sembianze di un virus e con sapori resi amari da un ennesimo provvedimento che ci isola nel tentativo di salvaguardarci. Siamo ancora nel momento delle rinunce, della mancanza per la vicinanza degli affetti a noi cari; festività di Natale sotto tono, caratterizzate da emozioni di paura, tristezza, a cui si aggiunge spesso incertezza e confusione a causa di contrastanti informazioni. Il tutto in una grande bolla di isolamento.  

A marzo ci siamo dilettati con i balconi, con i disegni e le bandiere appese, con le musiche e i balli improvvisati, con le chiacchiere e gli incoraggiamenti, con le speranze e la primavera nell’aria. Poi i cartelli, già ingialliti dal sole, sono stati rimossi, la musica spenta, la primavera finita. Una nuova consapevolezza ha preso il posto dell’allegria. Poi è arrivata e finita anche l’estate. L’autunno è arrivato all’improvviso con un nuovo carico di dolore ed eccoci alle festività natalizie. Molte attività e negozi quest’anno non hanno addobbato le loro vetrine, come tradizionalmente erano soliti fare, alcuni perché chiusi definitivamente altri per rispetto di chi sta soffrendo, sia fisicamente che economicamente che moralmente, altri forse per esorcizzare il male o per sconforto.

Ma tutte queste rinunce e queste incertezze  che stiamo sperimentando avranno di certo ripercussioni psicologiche. Questa condizione di crisi ci chiama continuamente ad adattarci e ci impone di  trovare la forza per procedere, per non arrenderci. E non dimentichiamo chi, oltre al virus , vive questi momenti di festa con disagio, in solitudine, in povertà. Non dimentichiamo chi ha anche altri problemi di salute, chi si trova in ospedale, chi ha rinunciato al Natale perché foriero di dolore legato a ricordi di vita passata. Ma per combattere questi sentimenti di tristezza e malessere esiste un rimedio che tutti abbiamo, valido per qualsiasi malanno, che si chiama resilienza ovvero la capacità di far fronte in maniera positiva ad eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la nostra vita: la resilienza è l’anticorpo dell’anima.

La resilienza è la capacità di autoripararci dopo un danno, di far fronte, resistere, ma anche costruire e riuscire a riorganizzare positivamente la nostra vita nonostante situazioni difficili che fanno pensare a un esito negativo. Essere resilienti non significa infatti solo saper opporci alle pressioni dell’ambiente, ma implica una dinamica positiva, una capacità di andare avanti, nonostante le crisi, e permette la costruzione, anzi la ricostruzione, di un percorso di vita. Si tratta di un dono inestimabile, che ci permette di superare le difficoltà. 

Quando “azioniamo” la nostra capacità di essere resilienti troviamo in noi stessi, nelle relazioni umane e nei contesti di vita, quegli elementi di forza per superare le avversità, definiti fattori di protezione contrapposti ai fattori di rischio, che invece diminuiscono la capacità di sopportare il dolore. E se non mi percepisco resiliente? Esistono secondo gli studiosi cinque componenti che possono contribuire a sviluppare e far emergere la resilienza.

1. L’Ottimismo. La disposizione a cogliere il lato buono delle cose, è un’importantissima caratteristica umana che promuove il benessere individuale e preserva dal disagio e dalla sofferenza fisica e psicologica. Chi è ottimista tende a sminuire le difficoltà della vita e a mantenere più lucidità per trovare soluzioni ai problemi (Seligman, 1996).

2. L’autostima si accoppia all’ottimismo. Avere una bassa considerazione di sé ed essere molto autocritici, infatti, conduce a una minore tolleranza delle critiche altrui, cui si associa una quota maggiore di dolore e amarezza, aumentando la possibilità di sviluppare sintomi depressivi.

3. La robustezza psicologica (Hardiness). Essa è a sua volta scomponibile in tre sotto-componenti, il controllo (la convinzione di essere in grado di controllare l’ambiente circostante, mobilitando quelle risorse utili per affrontare le situazioni), l’impegno (con la chiara definizione di obiettivi significativi che facilita una visione positiva di ciò che si affronta) e la sfida, che include la visione dei cambiamenti come incentivi e opportunità di crescita piuttosto che come minaccia alle proprie sicurezze.

4. Le emozioni positive, ovvero il focalizzarsi su quello che si possiede invece che su ciò che ci manca.

5. Il supporto sociale, definito come l’informazione, proveniente da altri, di essere oggetto di amore e di cure, di essere stimati e apprezzati. E’ importante sottolineare come la presenza di persone disponibili all’ascolto sia efficace poichè mobilita il racconto delle proprie sventure. Raccontare è liberarsi dal peso della sofferenza, e l’accoglienza gentile e senza rifiuti o condanne da parte degli altri segnerà il passaggio da un racconto tutto interiore, penoso e solitario (che può sfociare in forme di comunicazione delirante) alla condivisione partecipata dell’accaduto.

Parlare in termini di resilienza allora vuol dire modificare lo sguardo con cui si leggono i fenomeni e gli avvenimenti che ci accadono. Faccio allora appello alla resilienza, alla nostra capacità di trovare risorse per reagire affinché possiamo trovare nuovi metodi per superare momenti poco piacevoli e sviluppare nuovi comportamenti per vivere una nuova normalità, creata da noi, su misura per noi proprio come l’Araba Fenice, l’uccello mitologico che rinasce dalle proprie ceneri dopo la morte mostrando la capacità di far fronte in maniera positiva alle avversità, coltivando le proprie risorse interiori.

Ilaria Quattrociocche

Sarò lieta di accogliere ancora richieste su argomenti di vostro particolare interesse. Inoltre è possibile prenotare la vostra consulenza, in presenza oppure on-line al numero 347.4068962 e indirizzo di posta elettronica ilaria.quattrociocche@gmail.com

 

 

 

 

 

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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