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Il padre abate di Montecassino, dom Donato Ogliari Il padre abate di Montecassino, dom Donato Ogliari

Montecassino, l’abate Donato Ogliari: "Attenti, corriamo il rischio di un iper-individualismo"

"Il rischio che viviamo oggi è quello di un iperindividualismo", lo ha detto, in una lunga intervista esclusiva a L’Inchiesta-Quotidiano su quest’anno così difficile e particolare, S.E.R. dom Donato Ogliari, padre abate di Montecassino.   

Le difficili sfide a cui siamo stati sottoposti hanno messo a nudo la nostra natura, fatta di ansie, paure e sofferenze attraverso le quali abbiamo preso coscienza della nostra finitudine. Ma è una natura fatta anche di speranze: la volontà di proiettarsi al di là delle cose è intrinseca nell’animo umano, non crede?

"Certo, questo è il lato positivo, se lo sappiamo vedere e utilizzare al meglio. Come ci ha ricordato anche papa Francesco in uno dei suoi discorsi la tragedia più grande sarebbe quella di sprecare quello che questa pandemia vuole insegnarci. Accanto agli aspetti negativi sono venute fuori tutte quelle fragilità, debolezze, anche a livello umano e comportamentale, penso ad esempio al timore di restare soli o al timore di perdere il lavoro; accanto a questo, dicevo, c’è questa capacità che è insita nella natura umana: di guardare oltre. Oggi viene definita resilienza, in termini più cristiani possiamo definirla come la capacità di attraversare le difficoltà con pazienza, che non è mera sopportazione, ma è capacità di guardare con speranza in avanti. Questa pazienza che sa attendere e sa proiettarsi in avanti. Questa è una capacità che è parte di noi stessi, la speranza, come dice il proverbio, è l’ultima a morire ed è vero: viene fuori nei momenti di difficoltà, viene fuori quella creatività, quella voglia di fare che nei momenti di normalità faceva fatica ad emergere. Poi, dal punto di vista cristiano, ovviamente c’è anche questo sguardo molto più ampio sulla realtà che non è semplicemente quella che noi viviamo, ma c’è  uno sguardo superiore che in qualche modo guida le sorti della storia, non a scapito della nostra libertà ma insieme alla nostra libertà. Questo ci dà una marcia in più, ci permette di sperare in maniera ancora più grande rispetto ad una speranza semplicemente umana".

Gli effetti della pandemia hanno travolto le nuove generazioni. Molti giovani,  proprio in quel periodo di scoperta del mondo, e anche di se stessi, sono invece stati costretti a chiudersi in casa. Quale messaggio vuole rivolgerli? 

"Il messaggio è proprio quello di recuperare, dico recuperare non semplicemente ritornare alle consuetudini antecedenti alla pandemia, ma recuperare il senso vero delle relazioni interpersonali, dell’amicizia, dello stare insieme, del socializzare, perché queste sono elementi importanti che ci portano a pensare anche in senso comunitario. Il rischio che viviamo oggi, infatti, è quello di un iper-individualismo. Anche questa chiusura della pandemia, se da una parte ci ha fatto toccare con mano quanto sia bello relazionarsi con gli altri, perché ci mancava, dall’altro può aver generato la tentazioni di rinchiudersi nel proprio piccolo mondo: davanti il proprio monitor, in compagnia del proprio pc, come se essi fossero sufficienti per la nostra vita personale, mentre noi ci realizziamo nell’incontro con l’altro. Recuperare, quindi, la bellezza e la forza dell’incontro, in quella prospettiva di ricostruzione comune della nostra società".

(L'intervista completa sul numero de L'inchiesta Quotidiano reperibile nell'edicola digitale all'indirizzo: edicola.linchiestaquotidiano.it)

Lorenzo Vita

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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