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La psicologa Ilaria Quattrociocche La psicologa Ilaria Quattrociocche

Tutte le declinazioni della solitudine. Dal troppo amore al distacco

La solitudine rappresenta uno dei grandi temi della vita. Tutti, prima o poi, possiamo sentirci soli e questo vissuto spesso è associato ad emozioni negative, in altri casi è considerato come passaggio fondamentale della nostra vita. La storia e la filosofia ci insegnano che non siamo nati per restare soli infatti, da quando si sono evoluti i primi ominidi, abbiamo sempre vissuto “in branco”: la nostra è una società organizzata, fatta di ruoli, di interazione, di connessioni.

Non siamo fatti per la solitudine, lo diceva anche Aristotele : “l’uomo è un animale sociale”.

Seneca ci tramanda che “la solitudine è per lo spirito ciò che il cibo è per il corpo”, il più recente Schopenhauer scrive invece che “ciò che rende socievoli gli uomini è la loro incapacità di sopportare la solitudine e, in questa, se stessi”. Eppure, nonostante ciò, c’è pur sempre chi vive meglio da solo, che afferma che gli piace la solitudine, e negli ultimi anni, causa anche l’innovazione tecnologica, più di qualcuno, soprattutto molti giovani, hanno scelto la solitudine come stile di vita. Altre volte cerchiamo attivamente queste interazioni e se non riusciamo a socializzare ci possiamo sentire più soli di quanto realmente siamo. E la solitudine, allora, si può manifestare con la percezione di essere “fuori dal gruppo“, di sentirsi isolati o esclusi. Poi, purtroppo, il passaggio da semplice solitudine a depressione: il salto può essere davvero breve.

E’ bene specificare che provare un sentimento di solitudine è ben diverso dal voler pianificare le proprie giornate in santa pace, senza nessuno a cui badare o da ascoltare, o piuttosto dormire o andare in giro senza dover render conto ad alcuno. Questo risponde più al desiderio di stare soli. Ed inoltre la solitudine non ha solo lati negativi: può infatti essere interpretata come uno stato meditativo, un momento di conoscenza di sé,  uno spazio di riflessione. Molti sono i modi con i quali viviamo la nostra condizione di solitudine e la capacità di attribuire significati positivi o negativi, di volta in volta, dipende da una serie di variabili come il contesto intorno a noi, la nostra esperienza soggettiva, la presenza di sentimenti abbandonici, di isolamento, di esclusione o di ritiro nel nostro io più intimo. Etimologicamente il termine solitudine riporta al termine “separare”, composta da “se”: divisione e “parare”: parto. Perciò il termine ci riporta alla separazione del neonato dalla madre, con la conseguente perdita dello stato simbiotico di due essere viventi in un solo corpo (Racamier ci descrive l’Unisono simbiotico madre-bambino), uno nutre il copro dell’altro e questo lo spirito del primo. Il termine stesso ricorda all’individuo la perdita subita per poter sopravvivere, per entrare nell’esistenza, la condizione necessaria è la perdita del duo e l’acquisizione della condizione di solitudine. Ecco allora che la solitudine possiamo trovarla nel dolore, dopo la morte di una persona cara, quando l’elaborazione del lutto ci porta ad isolarci per un periodo di tempo, magari qualche mese. Altre volte invece la solitudine affettiva arriva dopo una delusione d’amore, o dopo un periodo in cui ci si è affidati ad un altra persona, credendo di essere amati, ma in cambio abbiamo ricevuto solo tanta sofferenza, come nel caso dei narcisisti, che seducono le loro vittime per poi abbandonarle. Una comune risposta potrebbe essere irrigidirsi, costruire un muro tra noi e gli altri, cioè ci sforziamo per sembrare forti, ma questa apparente forza caratteriale è in realtà di una fragilità psicologica devastante, e la solitudine pian piano potrebbe impadronirsi della nostra vita. La solitudine affettiva, poi, paradossalmente potrebbe dipendere anche da “troppo” affetto ricevuto, o che ancora si riceve, ad esempio dai propri genitori.

Ci sono genitori iperprotettivi che possono, nella maggior parte dei casi inconsapevolmente, non permettere ai loro figli di sentire il sapore dell’indipendenza e dell’autonomia, bloccandoli nel loro crearsi una propria rete sociale e arrestando la naturale crescita e sviluppo psichico.

Viene minata nel profondo la personalità del proprio figlio, che potrebbe crescere convinto di non essere in grado di cavarsela da solo, mostrandosi profondamente timido ed insicuro.

Questa difficoltà si potrebbe manifestare poi nelle relazioni sociali, nelle quali faticherà tantissimo a creare un legame sentimentale, rischiando quindi la solitudine a vita. Secondo studi ormai consolidati dalla ricerca in ambito psicobiologico e psicofisiologico, lo stato di solitudine influenza l’attivazione dei neuroni dopaminergici e serotoninergici, che sono alla base del nostro benessere emotivo. L’uomo preistorico aveva necessità di affiliarsi in gruppi di umani per sopravvivere, assicurando protezione per sé e la prole. Il cervello è settato ancora su quelle frequenze e se l’uomo vuole sopravvivere deve avvalersi della protezione e del sostegno di altri umani; è un meccanismo biologico quello che ci conduce a cercare relazioni sociali. Quindi possiamo intendere la solitudine come un vissuto naturale nell’esperienza umana e solo se diviene uno stato cronico e disfunzionale può portare a stati depressivi, disturbi post-traumatici da stress, ansia, panico, aspetti correlati alla salute mentale insieme all’insorgenza di patologie più gravi che deteriorano la qualità della vita dell’individuo. Possono presentarsi disturbi alimentari, disturbo da uso di sostanze stupefacenti e disturbo da dipendenze patologiche.

Il vero problema, quindi, non è nella solitudine di per sé, che è un’ esperienza umana come altre. Il punto è che se l’esperienza di questo stato non viene supportata da strumenti adeguati può diventare un evento traumatico, temuto, evitato e infine subito.

Ilaria Quattrociocche (*Psicologa Clinica, laureata presso l’Università degli Studi dell’Aquila, abilitata all'esercizio della professione (Albo A), specializzata in Trattamento Funzionale Antistress e tecniche di comunicazione efficace. Laureanda in Scienze Pedagogiche presso l’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale) 

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