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Alessandra Maggiani Alessandra Maggiani

I dibattiti de L'inchiesta, Maggiani: la questione dell'identita' del Pd ed il senso delle parole di Zingaretti

Quando, due anni fa, Nicola Zingaretti è stato eletto segretario del Partito Democratico, l’entusiasmo che abbiamo registrato era legato soprattutto alla convinzione che questo segretario avrebbe lavorato soprattutto alla ricostruzione di un gruppo dirigente lacerato da anni di guerre. E dalla mancanza di confronto e di dialogo. Anni basati sulla venerazione del leader. E davvero il Partito democratico è tornato ad essere un posto dove potersi parlare. Tuttavia le torsioni che ha subito il Partito democratico, passando dall’opposizione al governo ad una alleanza politica più a sinistra, in meno di due anni sono state forti. E sarebbe ingeneroso dire che non hanno lasciato strascichi nel corpo del partito. In quelli che non hanno poltrone, ma sentono la responsabilità di aprire la porta di un circolo ogni giorno e cercano di rappresentare al meglio il nostro Partito anche in tempi così difficili. E in tutti quelli che, pur nella distanziamento del momento, non vogliono smettere di confrontarsi, pensare, studiare.

Perché quello che non può essere messo in secondo piano è il nodo che prima o poi il partito dovrà sciogliere. Quello dell’identità. Chi siamo, chi vogliamo rappresentare, che tipo di società vogliamo costruire, da che parte vogliamo stare. Una identità che deve misurarsi con quello che abbiamo visto durante questa crisi sanitaria, che è poi anche economica, che è poi anche sociale.

Ieri sono stati pubblicati dall’Istat i dati sulla povertà. Nel 2020 le famiglie in povertà assoluta sono oltre 2 milioni, ossia oltre 1milione in più rispetto all’anno precedente. Ma l’allarme era stato già lanciato dalla Caritas con i rapporti ad esempio sui pasti che distribuiscono. L’incidenza dei “nuovi poveri” passa dal 31% al 45%: quasi una persona su due che si rivolge alla Caritas lo fa per la prima volta. La richiesta di aiuti economici ha fatto venire alla luce del sole un mondo di precarietà estrema, di lavori sottopagati, al limite dello sfruttamento, di mancanza totale di ogni forma di tutela e di sostegno. Secondo i dati della Banca d’Italia il 55% della popolazione non ha sufficienti risorse finanziarie liquide per poter restare sopra la soglia di povertà per 3 mesi in assenza di entrate. La DAD ha fatto venire fuori un mondo di ragazzi (e di famiglie) tagliati fuor da ogni forma di accesso non solo al sapere ma alle opportunità. Secondo l’Istat il 37% dei ragazzi sono rimasti esclusi dalla scuola e a rischio abbandono scolastico.

I dati pubblicati poco tempo fa dal Sole24 ore mostrano un mondo economico impoverito in cui l’erosione di capacità competitiva e produttività fanno parte di un processo ormai storico. Lo stato della sanità italiana ha mostrato come mai quanto il divario regionale, decenni di tagli e depauperamento, pesano su una rete che ha sempre più difficoltà ad assicurare i livelli minimi di assistenza sociosanitaria. Tutte questioni sulle quali chi vuole collocarsi “a sinistra” non può non interrogarsi.

Si è riproposta con una forza inappellabile la questione della nostra identità. Su questo, in modo del tutto spontaneo, i nostri ministri nel governo Conte hanno provato a dare delle risposte. Parole che non sentivamo più da anni sono tornate al centro del nostro dibattito: welfare, povertà, diseguaglianze, ruolo dello Stato nell’economia. La crisi pandemica ci ha sbattuto in faccia quanto il modello individualistico che ha prevalso nella società occidentale ha reso più fragili le nostre comunità. Si aprono questioni su come si organizza la presenza pubblica nell’economia e in che modo i grandi beni comuni tornano ad essere fattori trainanti dell’economia. Si inizia a riflettere, dopo decenni di pensiero unico liberista, dei limiti del capitalismo globale e di quanto sia incompatibile con la democrazia, con un ragionevole grado di eguaglianza, con la salvaguardia dell’ambiente.

Un partito che sceglie di stare “a sinistra”, e che vuole dare voce a quella parte di società più debole, più fragile, più esposta, non può non pensare ad una sua risposta/proposta a questi temi. Tuttavia non sono solo i temi, pure dirimenti, cui dobbiamo guardare. Ci sono anche aspetti che riguardano l’organizzazione del partito e ancora di più la selezione della classe dirigente. Questo momento ha fatto emergere quanto sia necessaria una classe dirigente all’altezza dei tempi complessi che viviamo.

E non si parla solo di merito. Ma soprattutto capacità di interpretare quei temi. E’ evidente come in un passaggio epocale come questo non è sufficiente rispondere con le categorie del consenso. Il metodo con cui è organizzato ora la selezione dei gruppi dirigenti porta ad una marginalità del peso dei militanti e ad una conflittualità figlia della contrapposizione in liste “elettorali”, non aiutano la costruzione di gruppi dirigenti diffusi che siano in grado di pensarsi come collegialità.

E’ evidente che un congresso, come inteso nel linguaggio corrente, forse non è sufficiente ad aprire un confronto così. Ma è altrettanto evidente che interpretare il gesto di Zingaretti come una necessità di riassetto interno o come necessità di una nuova leadership, significherebbe svuotarle del significato che lo stesso Zingaretti da alle sue dimissioni. Suona urgente, ai miei occhi, il richiamo che Zingaretti fa alla sua comunità ad un cambio di passo. Così come resta chiaro, per chi come me guarda a sinistra, che ancora oggi le parole e le azioni di Nicola Zingaretti hanno un senso.

Alessandra Maggiani

Dirigente federazione Pd Frosinone

(Per intervenire basta un'e-mail al direttore: stefanodiscanno@gmail.com)

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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