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Regolamento di conti in via Rasella

Il 23 marzo del 1944 un attentato dinamitardo messo in piedi dai partigiani del Gap provocò in via Rasella, nel centro storico di Roma, la morte di 33 soldati altoatesini del battaglione “Bozen”. Azione inutile e dannosa che provocò la dura rappresaglia dei tedeschi. Il giorno seguente (24 marzo) furono fucilati alle Fosse Ardeatine 335 italiani. Lo scoppio dell’ordigno, ben 18 chili di tritolo, dilaniò non solo i militari altoatesini (ai quali il comando tedesco aveva intimato di marciare con i fucili scarichi considerato lo status di “città aperta” di Roma) ma anche due italiani: un ragazzo appena tredicenne, Piero Zuccheretti, e Antonio Chiaretti, un esponente di “Bandiera Rossa”, organizzazione partigiana che raccoglieva diverse anime non comuniste e che a Roma contava più di 2.000 adepti. Ma che ci faceva in quei paraggi un partigiano di “Bandiera Rossa”? Aveva un qualche ruolo nell’attentato? Difficile sostenerlo anche perché insanabili erano i contrasti con i gappisti. Questi, infatti, erano per la lotta dura e senza sconti ai nazi-fascisti. Gli altri, invece, seguivano una linea più morbida. Già da tempo avevano allacciato contatti con Kappler per addivenire ad una soluzione pacifica in virtù della quale i tedeschi avrebbero abbandonato la città e i partigiani si sarebbero astenuti da azioni di guerriglia. Soluzione questa ferocemente osteggiata da Togliatti il cui pensiero correva soprattutto al futuro quando, ultimata la lotta di liberazione, il Pci avrebbe visto premiato il suo ruolo egemone. Quel 23 marzo, però, Antonio Chiaretti restò coinvolto nell’attentato di via Rasella. La “vulgata” resistenziale ha cercato di occultare la verità avvalorando la versione della sua morte nel corso di un conflitto a fuoco con i tedeschi subito dopo lo scoppio dell’ordigno. E, invece, così non è stato. Il certificato di morte redatto dai servizi demografici del comune di Roma parla di decesso provocato da “scoppio di bomba”. E allora? Vuoi vedere che quel poveretto si trovò a passare lì per caso? Assolutamente improbabile. Anche perché, quel giorno, assieme a Chiaretti si trovavano altre persone. Tutti partigiani, guarda caso, di “Bandiera Rossa”: Enrico Pascucci, Giovanni Tanzini, Aldo Chiricozzi e Angelo Fochetti. Pascucci, dipendente della Teti, catturato dai tedeschi in via Rasella, fu rilasciato il giorno seguente perché incensurato. Tanzini, muratore, fu anch’egli preso dai tedeschi subito dopo l’attentato, portato in Germania e internato in un campo di concentramento. Per molto tempo il suo nome fu inserito nell’elenco dei fucilati alle Fosse Ardeatine. Tornato in Italia con gravi danni psichici fu rinchiuso in un manicomio e morì nel 1960. Chiricozzi e il cugino Fochetti, entrambi impiegati, catturati dai tedeschi in via Rasella, finirono la loro esistenza nelle caverne ardeatine. Assieme a loro, quel pomeriggio, si trovava anche il gappista Antonio Rezza, uomo di fiducia di Pietro Secchia, vicesegretario del Pci. Riuscì a scampare alla retata ma la sua sorte era segnata. Arruolatosi assieme ad altri partigiani rossi nella divisione “Cremona”, trovò la morte nel marzo del 1945, in Romagna, colpito alle spalle da un suo compagno di pattuglia. Forse perché, essendo a conoscenza degli inquietanti retroscena dei fatti di via Rasella, si preferì farlo tacere per sempre. Così come fu tappata la bocca a Donato Carretta, già direttore del carcere romano di “Regina Coeli”, linciato dalla folla sapientemente istigata. Anche lui era un testimone scomodo: conosceva bene le manovre fatte per mandare alle Fosse gli esponenti di “Bandiera Rossa” e delle altre organizzazioni partigiane non comuniste e per risparmiare la pelle ai gappisti. Qualcosa di strano, dunque, dovette accadere in quella tiepida giornata di primavera. Niente a che vedere con scherzi del destino o con tragiche casualità. In seno al movimento partigiano infuriava una lotta lacerante e senza esclusioni di colpi. L’anima comunista, quella più radicale, voleva assolutamente prendere il sopravvento e dirigere l’azione di lotta. Il Pci doveva rimanere l’unico punto di riferimento. Non poteva esserci posto per altri. Per “Bandiera Rossa” ma anche per “Giustizia e Libertà”, l’organizzazione che comprendeva repubblicani, socialisti e democratici, dalla quale scaturì il Partito d’Azione. Così come non c’era posto per il “Fronte Militare Clandestino” che raggruppava militari del Regio Esercito impegnati nella lotta ai tedeschi. A questo punto sorge un dubbio: e se la presenza di Chiaretti e degli altri di “Bandiera Rossa”, in via Rasella, non fosse stata casuale? Se fossero stati attirati lì con l’inganno? Tanzini, prima di uscire completamente di senno, raccontò ai familiari di essere andato lì quel giorno per partecipare ad una riunione con altri gruppi partigiani. E se il tutto fosse stato architettato per far ricadere la responsabilità dell’attentato sugli uomini di “Bandiera Rossa”? Si sarebbero presi, in tal modo, due piccioni con una fava: i veri attentatori avrebbero avuto tutto il tempo di far perdere le tracce mentre con un astuto stratagemma ai sarebbe riversata sulla formazione rivale la colpa della strage. Un piano ben congegnato, uno dei tanti che avrebbe infarcito la “lotta di liberazione”. Lotta che, spesso, si trasformò in un feroce regolamento di conti tra le diverse anime partigiane  (I parte - continua)                                         Fernando Riccardi

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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