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Partigiani contro in via Rasella

Quella di cui sopra è, chiaramente, soltanto un’ipotesi. Un’ipotesi da agitare con la dovuta cautela, quasi sotto voce, per non correre il rischio di attirare i feroci latrati dei solerti guardiani dell’epopea resistenziale, sempre pronti a stroncare sul nascere ogni tentativo di lettura non dogmatica. Ipotesi, però, non troppo peregrina. Basta scorrere attentamente i nominativi delle 335 vittime delle Fosse Ardeatine per rendersi conto di quanto singolare sia quell’elenco. In esso, accanto ad un cospicuo manipolo di ebrei, compare un gran numero di antifascisti. Pochissimi, però, gli esponenti comunisti, gli appartenenti all’ala più radicale, al gruppo di fuoco che aveva compiuto l’attentato. Abbondano, invece, gli adepti di “Bandiera Rossa”, di “Giustizia e Libertà” e del “Fronte Militare Clandestino”. Ben 68 i membri di “Bandiera Rossa” messi al muro, il nucleo più numeroso dopo gli ebrei. Alle Fosse Ardeatine finirono Aladino Govoni, Antonio Pisino, Nicola Stame e Franco Bucciano. Il primo, figlio del poeta Corrado Govoni, era stato tra i fondatori del movimento, gli altri dirigenti di grado elevato. Già decapitato qualche tempo prima (il 2 febbraio 1944 i tedeschi avevano giustiziato a Forte Bravetta 11 elementi di spicco), il movimento cessò di esistere dopo l’eccidio delle Ardeatine. Ma anche le altre organizzazioni partigiane subirono colpi terribili. “Giustizia e Libertà” perse uno dei suoi esponenti più in vista, l’avvocato Ugo Baglivo, intellettuale liberale, confluito nel Partito d’Azione. E analogamente furono eliminati gli uomini migliori del “Fronte Militare Clandestino”, ad iniziare dal colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, zio dell’ex Presidente della Ferrari, che aveva fondato e diretto il movimento fin dall’inizio. Nelle Fosse finirono una cinquantina di militari tra cui quattro generali. E pensare che tanto il “Fronte” quanto “Bandiera Rossa” avevano proibito ai militanti di effettuare azioni di contrasto armato contro i tedeschi a Roma proprio per evitare il rischio delle rappresaglie. Ad onor del vero finirono alle Fosse Ardeatine anche tre gappisti: Umberto Scattoni, Gioacchino Gesmundo e Valerio Fiorentini. Più di qualcuno, però, parla di “compagni non allineati”, di dissidenti messi, perciò, in condizione di non nuocere. Si salvarono, invece, i veri responsabili dell’attentato ad iniziare da Rosario Bentivegna. Qualcuno di essi fu arrestato ma poi riuscì a farla franca. Scampò alla morte anche Antonello Trombadori, uno dei leader storici del Pci, capo dei gappisti romani della prima ora, che si trovava a Regina Coeli. Ed anche questa è una circostanza che induce a riflettere. Così come fa pensare, e molto, un componimento poetico composto da Corrado Govoni e dedicato al figlio Aladino, uno di quelli di “Bandiera Rossa”, fucilato alle Fosse Ardeatine. I versi sono chiari e inquietanti: “… il vile che gettò la bomba nera/di via Rasella e fuggì come una lepre/sapeva troppo bene quale strage/tra i detenuti di Regina Coeli e via Tasso/il tedesco ordinerebbe…/Chi fu l’anima nera della bomba?…/Fu Bonomi o Togliatti?…/… o fu Badoglio?…/Tacciono i vili. In gola han l’osso orrendo/della fossa carnata ardeatina per traverso…/non va né su né giù…”. Tanti punti interrogativi, tante domande senza risposta. Una cosa però è certa: l’attentato di via Rasella, con la drammatica appendice delle Fosse Ardeatine, diede una grossa mano alla parte più radicale della resistenza, mettendo fuori gioco personaggi scomodi che si battevano per contrastarne il disegno egemonico. Un contrasto non componibile: “Bandiera Rossa” e le altre organizzazioni moderate, infatti, sognavano un’Italia repubblicana. Il Pci, invece, voleva una politica di compromesso con la monarchia sabauda e con Badoglio. Non a caso, il 27 marzo del 1944, Togliatti tornò in Italia dalla Russia. Cinque giorni dopo annunciava la cosiddetta “svolta di Salerno” ossia il sostegno al governo Badoglio, rinviando ogni decisione sull’assetto istituzionale del paese a conclusione della lotta di liberazione. Una fase che intendeva utilizzare ad  uso e consumo del partito. Il 22 aprile il Pci, assieme alle forze che componevano il Cln (Democristiani, Socialisti, Liberali, Partito d’Azione), entrava nel governo e Togliatti diventava ministro. Le bombe di via Rasella e i morti delle Fosse Ardeatine avevano portato al primo governo di unità nazionale, un governo intriso di sangue. Si è trattato solo di una coincidenza? Oppure tutto è stato attentamente vagliato? Difficile dirlo anche perché gran parte di quei personaggi sono passati a miglior vita. E poi che interesse avrebbero avuto a rivelare particolari così imbarazzanti? Meglio lasciar decantare il tutto e affidare ai ringhiosi mastini della “vulgata” resistenziale il compito di stroncare sul nascere ogni tentativo non allineato di ricostruzione storica. In fin dei conti si tratta soltanto di ipotesi che non hanno uno straccio di prova. Ma, forse, proprio così non è. C’è lì, infatti, in via Rasella, tra quei morti, un cadavere che non avrebbe dovuto esserci. Che ci faceva in quell’angusto budello di Roma Antonio Chiaretti, partigiano di “Bandiera Rossa”? Saprà rispondere qualcuno a tale domanda? Personalmente, al riguardo, un’idea me la sono fatta. (II parte - fine)     Fernando Riccardi

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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