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Alma Sabatini Alma Sabatini

L'asterisco salvatutto e le minestrine riscaldate

A volte ritornano. Nel senso che avendo ottenuto un risultato modesto, ci riprovano. A nessuno di loro viene in mente che il risultato magari non è modesto ma è solo quel che si poteva ottenere e, anzi, poteva andar peggio. Il riferimento è al presunto decalogo del politicamente corretto. Che in origine era l’impegno a progredire usando un linguaggio adatto a non offendere soggetti e categorie di soggetti appartenenti a minoranze e, in quanto tali, in condizioni di relativa subalternità. Difficile non essere d’accordo, verrebbe da pensare. Ma tra i propositi buoni e lo stile di realizzazione corre la distanza che separa, appunto, i ragionevoli dai protervi. Senza distinzione di colore (in questo caso si può usare il termine colore), vale però la pena di ricordare che alcune istanze del politicamente corretto, nate nelle università americane tra gli Ottanta e i Novanta del secolo scorso, non sono rimaste in soffitta o censurate da qualcuno fino a ieri l’altro. Anzi, in Italia furono raccolte, recepite e interpretate in tempi rapidissimi. Perchè la teoria non divenne prassi, è invece un’altra storia. Bisognerebbe approfondire il ruolo degli intellettuali pro tempore, tanto per cominciare.
E quindi, scavalcando agilmente un
gap ultratrentennale, oggi dovremmo strapparci le vesti per la donna che vuol essere chiamata direttore (d’orchestra) e ci tocca in sorte l’elzevirista di turno che bacchetta l’uso erroneo degli asterischi in funzione di desinenza. Eh sì, perché se si vuole concretizzare il linguaggio giusto, quando non si possono usare altri termini bisognerebbe, almeno, cambiare le desinenze passibili di intolleranza… Per dire, rivolgendosi impersonalmente, in un testo bisognerebbe scrivere ragazz* o tutt* voi che ci leggete, in modo che non prevalga un genere. Ma non è così facile: il rispetto dovuto a tutte le preferenze e connotazioni di genere possibili, fa sì che l’asterisco debba difendere anche quelle categorie che non si sentono ben apostrofate dall’uno o l’altro genere, non esistendo il neutro assoluto. Ma c’è di peggio: la forma grafica complica la vita, perché vedendo un asterisco alcuni profani cercano un numerino in apice o vanno comunque a cercare una nota a piè di pagina, perdendo tempo e senso. Ci vorrebbe un altro segno, et voilà, c’è già: a Castelfranco Emilia dove in Comune sono attentissimi a queste cose, hanno ideato/scelto lo schwa, un segno grafico e fonetico (è questo: ǝ) rispettoso di tutti. E quando dai social sono piovute critiche, in genere molto civili, il Municipio ha replicato: “Gentilissimǝ, grazie a tuttǝ per i vostri commenti e le vostre considerazioni”. Ora sono convinti di aver contribuito ad una lingua “più inclusiva e meno legata al predominio del genere maschile “. Complimenti.
Prima di queste minuzie – questo era il tema originario: la non novità di alcune istanze - la realtà italiana, correva il 1984, aveva già avuto una prima dose di “cura”, peraltro con lo stile di una studiosa di pregio e con il supporto pubblico, visto che la ricerca cui ora si accennerà, fu voluta dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. A realizzarla fu Alma Sabatini, linguista, femminista, radicale e tra le fondatrici dell’MLD e dal suo lavoro scaturì il testo Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana per la scuola e l’editoria scolastica. Tre anni dopo quelle illuminate (che non significa incontestabili) intuizioni e i suggerimenti relativi confluirono nel libro Il Sessismo nella lingua italiana. Alcuni passaggi sono superati, per fortuna nella direzione che la studiosa auspicava, altri no. Ma sono passati tanti anni e andare a rileggere oggi quei testi può aiutarci a distinguere una battaglia originale, motivata e rispettabile da una minestrina riscaldata male e peggio servita.

 

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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