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San Pietro Infine / Scoppia una mina e muore Vincenza Di Florio

«Capimmo che erano arrivati gli americani, il 17 dicembre del 1943, quando sentimmo ruzzolare un corpo pesante lungo il pendio della scarpata, dove si trovava la nostra grotta rifugio»: a raccontare è Giovanni Di Florio, che all’epoca aveva 11 anni. «Era un soldato che aveva messo un piede in fallo ed era precipitato con tutto il proiettile che trasportava». La grotta dove si era rifugiata la famiglia di Antonio Di Florio e altri sampietresi era situata alle spalle del palazzo della famiglia Brunetti. Ad accorgersi che era un soldato americano fu Antonio Tagliamonti, meglio noto come ’Ndonio gliu pustiere, che conosceva bene l’inglese, essendo stato emigrato per vari anni in America. Il soldato borbottò e bestemmio per lo scampato pericolo a causa della caduta accidentale: poteva saltare in aria sullo stesso proiettile che trasportava. Una volta arrivati gli Alleati al paese le cose cambiarono. Tutti i civili erano più liberi di muoversi sul territorio. Il fronte si era ormai spostato verso Cassino. Il 2 gennaio 1944 il nonno paterno di Giovanni chiese alle sue due sorelline Giuseppa, che tutti chiamavano Peppa, di 16 anni, e Vincenza, di 14 anni, di accompagnarlo per cercare di rintracciare i loro animali che avevano lasciato liberi in montagna da quando erano arrivati i tedeschi. I tre si avventurarono alle falde di monte Sambùcaro, in località Alefazie. Lungo il percorso videro soltanto soldati tedeschi morti, quelli americani erano, invece, stati portati via dagli stessi commilitoni. I tre, dopo aver salito di quota, pensarono di ridiscendere sperando di trovare i loro animali. Il nonno Giovanni precedeva le due nipoti. A una decina di metri da lui vi era Giuseppa, mentre Vincenza si trovava ad una dozzina di metri più indietro ancora. All’improvviso una forte esplosione invase tutta la zona, una nuvola di fuoco e fumo avvolse la piccola Vincenza che, probabilmente, non si accorse neanche della morte. Aveva inciampato in un filo di ferro collegato ad una mina antiuomo. L’esile corpo della fanciulla rimase inerme e nudo a terra. Peppa voleva correre in soccorso ma un forte dolore alla spalla le impediva di procedere. Il nonno Giovanni capì immediatamente che quello che stavano attraversato era un campo minato. Gridò a Peppa di non muoversi se non lentamente e di badare a dove metteva i piedi. Le impedì inoltre di raggiungere la sorella: era chiaro, infatti, che il suo corpo giaceva senza più vita e c’era il rischio di inciampare in qualche altra mina. Tutta quell’area, si seppe poi, era stata minata dai tedeschi perché posta a ridosso della strada Annunziata Lunga. Giovanni e la nipote Peppa tornarono avviliti al loro rifugio e, in lacrime, riferirono ad Antonio, padre di Vincenza, del tragico evento. Antonio, disperato, disse che voleva andare sul luogo per riportare il corpo della figlioletta ma fu fermato dagli altri componenti della famiglia, era troppo pericoloso. Pensarono allora di avvisare i militari americani dell’esplosione e fecero vedere anche la ferita di Peppa. I soldati si mostrarono molto comprensivi e gentili. Caricarono Peppa e il padre Antonio su una jeep e li portarono ad un ospedale da campo che si trovava nelle retrovie, nelle campagne di Sparanise. Peppa fu medicata e dopo due giorni i due fecero ritorno al paese. Solo a guerra finita, dopo che l’area era stata bonificata dalle squadre di sminatori, fu possibile, per Stefano e Giuseppe Di Florio, raggiungere il luogo della tragedia. I due trovarono il corpo di Vincenza in avanzato stato di decomposizione. Con molta difficoltà riuscirono a trascinare e quindi seppellire quello che rimaneva del povero corpo di Vincenza nei pressi di una grotta naturale posta nell’oliveto sottostante. Dopo qualche anno le ossa furono raccolte e portate al cimitero del paese. Crescenzo, che era molto legato alla sorella Vincenza, tornò in seguito sul posto della deflagrazione e decise di segnalare a futura memoria quel luogo della tragedia. Raccolse tante pietre e creò un tumulo di circa tre metri di diametro per due metri di altezza e vi pose sopra una croce. Oggi i resti di quel tumulo sono ancora visibili ma della croce se ne sono perse le tracce: una fitta vegetazione di montagna avvolge inesorabilmente tutta l’area. All’anagrafe comunale di San Pietro Infine Vincenza Di Florio risulta nata il 3 ottobre 1929, da Antonio Di Florio e da Antonia Ferri, in via San Giovanni n. 26, e morta il 2 gennaio 1944, alle ore 10.05, in località Alefazie.
                                                                                                                                                                                                                                                           Maurizio Zambardi  

 

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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