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Dopo i sette arresti L'Express parla di "fine di un vecchio contrasto tra Francia e Italia"

Anni di piombo, Parigi rivede la sua tolleranza

La giustizia amministrata con ritardo è una giustizia negata”. Forse esagerava Montesquieu, ma il senso è chiaro. La frase aveva convinto anche Martin Luther King che la riprese nella sua celeberrima Lettera da Birmingham. Altro aforisma del giorno potrebbe essere quello di Voltaire: É meglio rischiare di salvare un colpevole piuttosto che condannare un innocente”. Ma poi, nella realtà, dismettere l’abito garantista e trasformare l’equità in giustizialismo da bar è questione di un attimo.
Qui, come dovrebbe essere evidente, siamo in un piccolissimo porto franco dove il politicamente corretto non sempre convince. Dunque nessuna difficoltà a dire
“Finalmente!” per gli arresti la cui eco arriva dalla Francia e che riguardano soggetti giudicati dalle Corti d’Assise italiane e condannati per fatti avvenuti nei cosiddetti Anni di piombo. Non incide, in questa considerazione, nulla che abbia a che vedere con il colore degli ex latitanti condannati di cui si parla nelle cronache. Semmai quella connotazione, alla luce di quanto non è accaduto nel corso di oltre quaranta anni o poco meno, incide sulle ipotesi di quali inerzie, quali incomunicabilità tra Stati sovrani, quali connivenze possibili, abbiano di fatto protetto tanti soggetti anche solo teoricamente accomunabili tra loro. Se non si è animati da faziosità di schieramento, la cosa ormai lascia il tempo che trova. Gli assassini per i quali vi è certezza di colpa, però, non andrebbero lasciati a spasso per una vita per poi andarli a pizzicare (mentre hanno persino una vita pubblica) una volta maturato il loro diritto eventuale alla pensione. Ed è anche complicato discutere se gli assassini possano godere di un qualche diritto all’oblìo.
Qualcuno, che
si confonde con facilità, cita spesso a sproposito la cosiddetta Dottrina Mitterrand, intesa non scritta ovviamente, in cui l’allora titolare dell’Eliseo assicurava al premier Craxi che la Francia non avrebbe estradato verso l’Italia sospettati e accusati di terrorismo che non risultassero certamente responsabili di fatti di sangue. Ora in quel certamente, terreno libero per giuristi online, finivano fuori gioco coloro che avessero subito processi contumaciali senza che fosse garantita la loro presenza e possibilità di difesa. Esempio: Tizio uccide Caio, poco importa perché e sotto quale bandiera. Abbiamo un po’ di testimoni, in genere “de relato”. Sappiamo che Tizio è fuggito e vive a un’ora di aereo dal luogo del delitto. Non andiamo a prenderlo (seguendo l’iter necessario), non lo avvisiamo correttamente delle accuse, non gli notifichiamo nulla, lo processiamo e lo condanniamo. Beh, forse qualcosa non quadra. Non quadra, soprattutto, quando Tizio è lì e pubblicamente racconta la sua versione a tutti, cumparielli, giornalisti, autori di dazebao, ma non al “suo” giudice. Chi, spesso con disinvoltura, parla di “giusto processo” sa benissimo quante sfumature corrono in questa complessa dinamica.
Oggi alcuni festeggiano gli arresti in Francia, che comunque si trasformeranno in estradizione effettiva seguendo i tempi tecnici,
dunque settimane, mesi o più. Finora sono stati soltanto tempi politici. Compresa la decisione dell’attuale Presidente francese. Lo aveva detto anni fa con grande chiarezza il Guardasigilli francese Dominique Perben, autore di qualche passo indietro sul fronte del garantismo, ministro in tre governi Raffarin, quando, interpellato a margine dell’estradizione di un italiano coinvolto in fatti di terrorismo – una storia complessa e controversa – dichiarò seccamente: “Ho consultato i codici e non ho trovato nessuna dottrina Mitterrand”.
Ora, tifoserie a parte, ci sono passi formali. Che la giustizia non possa essere vendetta è ben chiaro. Ma che lo Stato (italiano, in questo caso) rivendichi una tantum sul tema, il proprio decoro, non sembra disdicevole. Questo è un “cambio di passo”, come si usa dire. Se poi, in privato, si userà ragionevolmente il termine perdono, tra persone, ben venga. Altro è ispirare una perdonanza formale e collettiva che sarebbe estranea all’unico istituto legittimo (la grazia) e che, quindi, dovrebbe realizzarsi nel potere legislativo. Troppo presto per parlarne.

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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