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Povera Patria, con un cantore in meno

Povera Patria
Schiacciata dagli abusi del potere
Di gente infame, che non sa cos'è il pudore
Si credono potenti e gli va bene quello che fanno
E tutto gli appartiene

Tra i governanti
Quanti perfetti e inutili buffoni
Questo paese devastato dal dolore
Ma non vi danno un po' di dispiacere
Quei corpi in terra senza più calore?

Non cambierà, non cambierà
No cambierà, forse cambierà

Ma come scusare
Le iene negli stadi e quelle dei giornali?
Nel fango affonda lo stivale dei maiali
Me ne vergogno un poco e mi fa male
Vedere un uomo come un animale
Non cambierà, non cambierà
Sì che cambierà, vedrai che cambierà

Si può sperare
Che il mondo torni a quote più normali
Che possa contemplare il cielo e i fiori
Che non si parli più di dittature
Se avremo ancora un po' da vivere
La primavera intanto tarda ad arrivare”


[Franco Battiato – “Povera patria” – da Come un cammello in una grondaia – 1991]

Ci risiamo, ora il Maestro è lodato fino all’anticamera della santità. Per la musica, l’originalità, il contributo al pensiero libero. Eppure per Battiato, successo a parte, non è stata tutta una strada in discesa. Alcune sue esternazioni non conformi, persino falsificando apertamente i contesti, sono spesso state utilizzate per
congelarlo lì dove era, nella sua terra, con i suoi collaboratori, in modo che potesse esprimersi come artista ma senza far danni. Non è una novità peraltro che gli intellettuali troppo liberi e poco organici (nessun riferimento a quelli protagonisti di una lunga egemonia culturale, magari ve ne fossero ancora!) non hanno mai avuto un riconoscimento del tutto trasversale, almeno da vivi.
Ma “Povera Patria” (non so se la maiuscola fosse nell’originale, ma il difetto eventuale di trascrizione spero non offenda nessuno) va letta, ed eventualmente condivisa, con una chiara nozione del contesto. Si parla di trent’anni fa, prima di
Mani pulite e dei suoi guasti eventuali, nel pieno di una stagione mafiosa di sangue, di fronte a un mutamento quasi bionico della politica apparente, in mezzo al guado tra ideologie e culto dell’audience. Nonostante ciò è un messaggio di dubbiosa speranza. Il dubbio, cui non abdicare mai, e la speranza mai da abbandonare.
Ricordare così un grande autore, un grande compositore e anche uno studioso sensibile e profondo di altre culture (che
di questo non ha mai fatto un vanto o un comodo passepartout), ci sembra politicamente corretto.


 

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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