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Alessandro Moscè Alessandro Moscè

La vita e le lettere secondo Moscè, che vive la prima e vive per le seconde

Quattro chiacchiere con il critico letterario Alessandro Moscè: sul destino dell’uomo, sulla volgarità e sul potere salvifico della letteratura, anche come panacea per le malattia che minano il corpo e lasciano graffi sull’anima..

Parliamo di Dio: per lei è un’iperbole letteraria, una metafora con Cartesio che ghigna alle spalle o un bisogno che diventa ontologia?
«Nella mia opera letteraria Dio è una presenza che si avverte. Sono di formazione cattolica e il mio sguardo punta spesso in alto, mai in una dimensione contemplativa, ma nella persuasione di una verità trascendente. La stessa comunione tra i vivi e i morti supera la visionarietà e il sogno. E’ una sorta di percezione metafisica di speranza, di fede. Nella raccolta La vestaglia del padre (Aragno 2019) scrivo: “Una volta, una volta sola / dovrebbe aprirsi l’accesso di una cantina sotto le scale / in quel passaggio che assomiglia alle uscite di sicurezza / dove darsi la mano, guardarsi tre, quattro secondi / e salutarsi con gli occhi arrossati».

Nella sua carriera di critico letterario le è mai capitato di incontrare un’opera che avesse il merito di tenere in seconda fila l’ego e l’estro sintattico dell’autore?
«Certamente l’autocelebrazione risulta il principio basilare, un imperativo della comunicazione sui social. La letteratura è un’altra cosa, e spesso anche dietro l’autobiografia si celano storie universali. L’estro sintattico appartiene ad una linea sperimentale e avanguardista che non ho mai concepito come modello da seguire. La letteratura è vita, diceva Carlo Bo: pertanto si mutua dall’esperienza e dalla testimonianza».

Mi dica dove ha fatto il nido la volgarità nei sistemi di interazione complessa di oggi e se i social sono un incentivo, un elemento neutro, oppure un’occasione per sconfiggere la barbarie.
«La volgarità dei social è strettamente legata a due fattori: la comunicazione senza alcun controllo e mediazione, per cui un Premio Nobel è sullo stesso piano di un volgare provocatore, e la mancanza di approfondimento, di conoscenza. I social sono un tritacarne, dunque mai un’occasione per sconfiggere le barbarie. Ma se usati bene, cosa che accade di rado, anche una rivista letteraria di qualità può essere salvata trasferendola dal cartaceo al web».

La letteratura è fantasia che si struscia alla realtà o realtà che ha divorziato dal fantastico?
«La letteratura è un linguaggio, innanzitutto. La parola nomina e distingue. Può essere insita in un romanzo fantastico, fantasmagorico, come nei libri di Italo Calvino. La fantasia letteraria è soprattutto creatività, inventiva che solitamente, in Italia, nasce dal realismo di tipo moraviano, più che da elementi magici di stampo sudamericano».

Lei porta il peso di una carriera lunghissima divisa fra giudizio su ciò che fanno gli altri e remissione al giudizio di altri: dove si sente più comodo?
«Sono un poeta e un narratore, ma non mi piace concepire la letteratura solo come produzione in proprio. E’ un modo che ritengo parziale di approcciarsi ad un mondo che si dovrebbe vivere con un coinvolgimento totale. Per cui leggere gli altri, i classici e i contemporanei, è lo strumento per non diventare autoreferenziali, per un confronto, per un dialogo, per stabilire un vaso comunicante. Non condivido quei poeti e quei narratori che non che non hanno mai un’idea che esuli da ciò che li riguarda in prima persona. La critica mi consente di mantenere uno sguardo vivo sulla realtà (fiction e  non fiction) e sull’evoluzione del linguaggio letterario».

Clive Barker strologava che “Saperlo è scienza, usarlo è Arte”: vale anche per la poesia? "La poesia è una cosa che si sa, si usa, o ci si annega semplicemente dentro?
«Amore e combattimento sono le due parole chiave del mio sito (www.alessandromosce.com), due crocevia indicativi: se da un lato non credo alla funzione civile della poesia, dall’altro sono però convinto che possa salvare le persone. La dedizione, il sacrificio e la passione risultano una spinta interiore che conduce verso l’altrove dei poeti, una grande sacca protettiva, una placenta vivificante. Tra la nascita e la morte entra prepotentemente il tempo che ci sottrae età, giovinezza, affetti. La battaglia del poeta è contro tutto ciò che deperisce e si dissipa. Non è un caso che gli stessi oggetti, nei miei versi, abbiano un’anima, come i luoghi residenziali che vivo o che ho vissuto. La poesia è un linguaggio anacronistico in cui gli archetipi dominano l’istinto, la primitività del soggetto».

La sua prosa paga pegno alla traduzione? Il senso recondito di ciò che uno partorisce su una singola ed irripetibile frequenza emotiva si conserva o neanche il più bravo traduttore riesce e tenere tutta l’acqua nel bigoncio?
"Sono tradotto in quattro lingue solo come poeta, non come romanziere. Non conosco abbastanza il mondo della traduzione, ma ritengo che spesso il suono della parola perde forza. Leggere i versi di Le fleurs du mal di Baudelaire in francese non è come leggerli in italiano. La traduzione scarnifica, erode".

Nel racconto sui rinoceronti, Jorge Luis Borges prendeva atto della scorza dura che l’uomo deve farsi per vivere: lei quella scorza alla fine se l’è fatta?
"Credo di aver vissuto abbastanza drammaticamente l’età più delicata, l’adolescenza. Basta leggere il romanzo Il talento della malattia (Avagliano 2012). Ho avuto una malattia infantile, un sarcoma di Ewing, ad appena tredici anni, che mi ha fatto rimanere un convalescente. L’ho capito dopo aver letto la biografia di Alberto Moravia, molto simile alla mia. La malattia consente di sviluppare sensibilità, sensitività, capacità di introspezione, intuito espresso come illuminazione, piccolo potere. In un certo senso essere guariti da un sarcoma, che negli anni Ottanta era altamente mortale, è stato un dono".

Monia Lauroni


Alessandro Moscè è nato ad Ancona nel 1969 e vive a Fabriano. Si occupa di letteratura italiana. Ha pubblicato le raccolte poetiche L’odore dei vicoli (I Quaderni del Battello Ebbro 2004), Stanze all’aperto (Moretti & Vitali 2008), Hotel della notte (Aragno 2013, Premio San Tommaso D’Aquino), la plaquette in e-book Finché l’alba non rischiara le ringhiere (Laboratori Poesia 2017) e La vestaglia del padre (Aragno 2019). E’ presente in varie antologie e riviste italiane e straniere. I suoi libri di poesia sono tradotti in Francia, Spagna, Romania, Venezuela, Stati Uniti, Argentina e Messico. Ha pubblicato il saggio narrato Il viaggiatore residente (Cattedrale 2009) e i romanzi Il talento della malattia (Avagliano 2012), L’età bianca (Avagliano 2016, finalista al Premio Onor d’Agobbio), Gli ultimi giorni di Anita Ekberg (Melville 2018, finalista al Premio Flaiano). Ha dato alle stampe l’antologia di poeti italiani contemporanei Lirici e visionari (Il lavoro editoriale 2003); i libri di saggi critici Luoghi del Novecento (Marsilio 2004), Tra due secoli (Neftasia 2007), Galleria del millennio (Raffaelli 2016) e l’antologia di poeti italiani del secondo Novecento, tradotta negli Stati Uniti, The new italian poetry (Gradiva 2006). Nel 2020 è uscita la biografia Alberto Bevilacqua. Materna parola (Il Rio). Si occupa di critica letteraria su vari giornali, tra cui il quotidiano “Il Foglio”. Ha ideato il periodico di arte e letteratura “Prospettiva” e dirige il Premio Nazionale di Narrativa e Poesia “Città di Fabriano”. Il suo sito personale è www.alessandromosce.com

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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