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L'anonimato in Rete, un mito odioso che si potrebbe smontare

Ormai sembra un copione visto e rivisto: minacce anonime che viaggiano sul Web, anche contro profili istituzionali di alto livello, indagini tecnologiche immediate, spesso e per fortuna misure contro i responsabili correlate alla gravità del gesto commesso. Qualificazione, quest’ultima, che non sempre è scontata. A fronte di numerosi imbecilli (che spesso si rifanno a correnti di pensiero adeguate a tale condizione), talvolta spuntano fuori anche esseri senzienti, almeno in parte, convinti di aver semplicemente esercitato il loro diritto di espressione. Naturalmente, quando i commenti o le prese di posizione sconfinano oltre il muretto del codice penale (vilipendio, diffamazione, e via via anche cose più inquietanti) è fuori discussione che gli autori debbano essere perseguiti. Il crescente hate speech che affolla la Rete è il frutto avvelenatissimo dell’ignoranza diffusa, dei pregiudizi, dei luoghi comuni, della inebriante sensazione (si accontentano così?) di poter dire esattamente tutto quello che si vuole. Per fortuna non è così e, nel caso italiano, i limiti sono ben noti e codificati; anzi, si ampliano via via al passo con i tempi, talvolta offrendo il fianco a qualche riflessione. Ma non è questo il tema, non è questo il tema, visto che tentiamo di vedere le cose da un altro punto di vista.
E il punto di vista è questo: perché agitare nuvolose indagini su misteriosi individui che lanciano il sasso e nascondono la mano, forti del cosiddetto “anonimato” della Rete. Perchè spendere tempo e denaro per rintracciare
pro tempore i seminatori d’odio (è questa l’attività principale, spesso fine a se stessa), inviluppare indagini, coinvolgere spesso – sotto un profilo di incauta comunicazione – anche gli utenti della Rete che non hanno nulla da nascondere?
Ci vuole tanto a rendere obbligatoria l’identificazione certa di chi accede a Internet, la sua esatta localizzazione (fissa o mobile che sia), i dati completi del fornitore di connettività e i tracciati di ogni azione del soggetto che ha firmato (con dati falsi si suppone) una sequela di insulti, un video evitabile, si pensi al
revenge porn, o una esplicita minaccia? No, non ci vuole molto. Servono piccolissimi correttivi alle norme esistenti, grande trasparenza sugli strumenti tecnici da usare (altrimenti sarebbe ben facile attribuire le peggiori nefandezze ora a questo, ora a quello…), volontà politica chiara di far cessare qualunque forma di anonimato all’interno della Rete, almeno sui social accessibili a qualunque età e ovunque. E anzi: sui social ogni utente sarebbe bene che mettesse anche la propria faccia. Come nella realtà.
Ma tutto questo, molto facile a realizzarsi, smonterebbe questo clima di congiure misteriose che di tanto in tanto attraversano il paese seminando dubbi e paure. E ridurrebbe a valori correnti le fantastiche illazioni sui lati oscuri del Web che, invece, è solo lo specchio, fortunatamente in scala Bonsai, del mondo reale. Vero è che ci sono spazi criminalmente infestati, tipo il cosiddetto
Dark Web, ma forse è solo il caso di ricordare che gli oggetti di ogni tipo di traffico illecito (persone, sostanze, armi, et cetera) stanno tra noi e non dietro un miglio di fibra ottica.


 

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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