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Marco Galli: «Così non si va da nessuna parte»

Riforma della giustizia, ma anche ruolo degli amministratori locali. E rapporto imprenditori-lavoratori-sindacati. E' un'analisi ad ampio spettro quella del sindaco di Ceprano. Rilanciamo un articolo che Marco Galli nelle scorse ore ha pubblicato sul suo blog personale e che, come accaduto già per altri interventi, merita di essere letto e diventare oggetto di discussione. 

«Nel 2014, durante il confronto tra tutti i candidati a Sindaco, mi chiesero quali caratteristiche secondo me avrebbe dovuto avere un amministratore.
Risposi senza neppure pensarci, – visto che era una mia solida convinzione -, onestà e competenza. Spiegai che secondo me un amministratore onesto ma incompetente avrebbe potuto fare solo danni, così come un amministratore competente ma non onesto. Venivo da anni di esperienza maturata nel sindacato, anche se particolare perché di polizia e da anni di associazionismo impegnato nelle battaglie per la legalità, quindi, avevo maturato la convinzione che per amministrare bene fosse indispensabile l’onestà unita in modo indissolubile alla competenza.
Dopo sette anni da Sindaco, se qualcuno mi riproponesse quella domanda, risponderei in modo diverso, perché quelle due qualità non bastano se mancano la forza e la pazienza.
Noi viviamo in un Paese particolare, dove l’onestà non ti premia così come la competenza.
Basta guardare le carriere nelle pubbliche amministrazioni, nella politica per rendersi conto che, salvo eccezioni, contano le raccomandazioni e la furbizia unita alla spregiudicatezza.
Ma torniamo alle qualità necessarie ad un amministratore.
L’elemento col quale quotidianamente ti confronti è la burocrazia; quell’impressionante acervo di incombenze e competenze, per la gran parte fine a se stesse, che condizionano drammaticamente ogni scelta, ogni procedura.
Pensiamo solo al Tuel (Testo Unico dei Enti Locali), un mostruoso affastellamento di articoli, molti inattuali e altrettanti concepiti per il solo gusto di complicare anche la cosa più semplice.
Norme scritte al di fuori di ogni logica e dalla realtà, il cui unico scopo è quello di rendere difficoltosa se non impossibile la vita degli amministratori.
Non c’è assolutamente traccia di articoli vergati nell’interesse delle comunità. Talune norme sembrano concepite quale mero esercizio professorale.
A questo poi si aggiungono le straordinarie e inutili, anzi, paradossali intuizioni delle recenti norme sui bilanci.
Una selva di commi concepita per ostacolare l’opera degli amministratori che, nei comuni, percepiscono misere indennità perfino non pensionabili.
Un disastro all’interno di un disastro di Paese.
I processi civili durano decine di anni e si riforma, si fa per dire, il processo penale.
Vecchio e afflitto da demenza il nostro sistema Paese non garantisce la competitività necessaria per stare al passo con le altre nazioni più industrializzate.
Anche qui però c’è da dire che i nostri industriali, accaniti contro i diritti dei lavoratori, si battono soprattutto per non pagare o pagare meno tasse e sempre poco investono su sviluppo e innovazione.
Un gap culturale figlio dell’assistenzialismo dello Stato, altra stortura di cui si parla sempre poco.
Si spara sul reddito di cittadinza, strumento pensato male e attuato peggio, ma ci si dimentica del danaro regalato ai nostri tycoon, spesso, gettato dalla finestra.
In questo bailamme gli amministratori dei comuni devo lottare quotidianamente con inefficienze e storture per poter attuare i loro programmi, rispondendo, per quanto possibile, ai bisogni delle persone.
Tutto sembra improvvisato e il profluvio di norme che regolano la vita degli enti, sembrano pensate al momento, senza tenere conto dell’esistente e, soprattutto, della necessità di rendere funzionali gli uffici pubblici.
Il calvario dei singoli cittadini è simile al calvario che devono sopportare gli amministratori degli enti di prossimità dello Stato, schiacciati dalle esigenze dei cittadini e dall’invadenza assurda, disordinata e incomprensibile degli enti “superiori”.
Un disastro figlio delle logiche clientelari e populiste, che sta creando le condizioni per una implosione di pezzi della pubblica amministrazione.
Il concetto su cui tutto si fonda non è la funzionalità dello Stato, ma il potere fine a se stesso e paralizzante dei singoli ministeri, condizione ideale per inefficienza e corruzione.
Per chi come fine si pone quello del fare, nel rispetto delle leggi, questo stato di cose risulta insostenibile e il senso di impotenza diventa disperazione.
Un Paese inadeguato, dove ogni volta che si parla di riforme le persone perbene iniziano a tremare.
Riforma della Giustizia, significa solo tagliare i tempi dei processi, aumentando il livello di impunità, già elevato in un contesto paradisiaco per le organizzazioni criminali.
Purtroppo, in questo quadro di inadeguatezza e arretratezza burocratica della pubblica amministrazione, la battaglia per l’efficienza e la legalità appartengono ai singoli, non essendo un patrimonio universalmente condiviso sul quale pesa come un macigno la peggiore politica.
Forse migliorerà, forse peggiorerà ma l’attuale stato di cose è divenuto insostenibile per tutte le persone oneste.
Così non si va da nessuna parte». 

 

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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