L'Inchiesta Quotidiano OnLine
La dott.ssa Ilaria Quattrociocche

Un marito-padre che diventa crudele assassino. La tragedia di Samarate

Cosa spinge un padre contro i propri figli e contro la propria moglie? Cosa induce una persona alla fatale distruzione della famiglia che ha creato con il suo partner? La tragica pagina di cronaca, consumata nei giorni scorsi nella villetta di Samarate (in provincia di Varese) per mano di Alessandro Maya contro sua moglie ed i suoi due figli, ci fa interrogare ancora sul perché accadano fatti simili. Ccon l’obiettivo di imparare, magari, a riconoscere i segni premonitori, i sintomi di una distruttività che può arrivare all’omicidio delle persone della propria famiglia: i figli, madri. Ma  anche in casi meno recenti figli con disabilità evolutive, donne, genitori anziani.

Spesso si parla di raptus o di fulmine a ciel sereno. Le stesse vicine che hanno soccorso il presunto omicida hanno descritto la coppia come riservata e molto cordiale, con lei molto amorevole: «Dall'esterno sembrava la classica famiglia del Mulino Bianco», dice una di loro. Ma attenzione a questa lettura che divide l’assassinio dalla motivazione, che in genere è di lunga gestazione, gesto in cui la mente molto probabilmente è stata armata molto prima della mano. Connotare tali gesti con il termine raptus può avere come conseguenza negativa quella di isolare come estranea da noi, persone “sane” da una distruttività impulsiva che in vario grado ci appartiene.

Qual è allora la differenza tra noi e un omicida? La capacità di controllare questa forza  anche in situazioni estreme di collera e/o di disperazione. Distruttività, aggressività e impulsività sono potenti forze che dovremmo imparare a riconoscere e a moderare se desideriamo trovare strategie utili a prevenire tragedie come questa. 

Secondo quanto emerso sin ora,  a scatenare l’ira pluriomicida dell’uomo sarebbe stata la volontà di separarsi avanzata della moglie. E allora frasi come “non accettava di essere lasciato” “era una persona tranquilla, insospettabile” portano a domandarsi se sia possibile uccidere per il troppo amore o se possa esistere una gelosia capace di annientare fino a tal punto il senso di realtà. Ma  nessun tipo d’amore, che possa effettivamente intendersi come tale, si può manifestare o può  rivendicare il proprio diritto di esistere attraverso la violenza. Forse, allora, sarebbe utile leggere un po’ più in profondità le storie di questi uomini e di queste famiglie per comprendere che questi omicidi hanno, purtroppo, radici lontane e una molteplicità di motivazioni che comunque non giustificano né accolgono il gesto omicida.

Un elemento tristemente comune a molti di questi padri omicidi è la depressione, che può avere due modalità in tutti noi: quella autodistruttiva, implosiva, che induce la persona in una condizione paralizzante. E una modalità aggressiva, che si alimenta di rabbia, di frustrazione, di odio che in genere viene diretta verso altri, con azioni di volta in volta più violente. Familiari soprattutto, che vengono aggrediti prima con parole, con insulti verbali in un crescendo di violenza nei modi e nei toni, e poi con aggressione fisica, con percosse e uso di oggetti contundenti per giungere poi alla selezione di oggetti dalla lesività certa, nel caso specifico martello. Sembrerebbe che l’uomo stesse anche avendo problemi in ambito lavorativo, oltre che di coppia, in conseguenza della pandemia.

L’ ipotesi della perdita o della grave compromissione del lavoro può significare una gravissima crisi per l’identità di un uomo: perde reddito, status di lavoratore, relazioni sociali, ritmi quotidiani, rispetto dei familiari e in questo contesto l’angoscia del domani può diventare pervasiva. Se le relazioni affettive hanno la forza di tenere, la crisi forse può ancora essere contenuta. Ma può succedere che la perdita del lavoro funga da detonatore per conflitti e aggressività precedenti, la coppia infatti stava per separarsi. La depressione, quando avvolge con il suo mantello di solitudine, e ci fa sentire definitivamente soli, può aprire la stanza segreta dei pensieri di morte. Pensieri suicidari, se è a valenza autodistruttiva, pensieri omicidi, se la furia aggressiva viene diretta contro altri.  

E possono allora insinuarsi nella mente frasi come «Ormai ho perso tutto: il lavoro, l’amore di mia moglie, il rispetto dei miei figli. Non ho più niente da perdere». Ed ecco anche che l’elemento frenante della paura delle conseguenze perde tutta la sua forza. Nella mente si  può allora configurare il pensiero dell’omicidio-suicidio ed entrano i volti di «quelli che moriranno con me». Quel che resta in quella che all’apparenza era la famiglia del Mulino Bianco è la tragedia di due figli (uno solo sopravvissuto) e della loro madre. Il loro diritto di vivere, di amare, di assaporare insieme la primavera della vita è stato negato per sempre.

E' possibile prevenire queste tragedie?

Sicuramente è essenziale non banalizzare malesseri psicologici persistenti, specie nella loro forma violenta. Alcune alterazioni psicologiche possono armare la mano, soprattutto quando crescono in uomini dal pensiero primitivo, impulsivi, poco capaci di autocontrollo per carattere, educazione o disperazione. 

Sarò lieta di accogliere ancora richieste su argomenti di vostro particolare interesse. Inoltre è possibile prenotare la vostra consulenza, in presenza oppure on-line al numero 347.4068962 e indirizzo di posta elettronica ilaria.quattrociocche@gmail.com

Ilaria Quattrociocche

*La dott.ssa Ilaria Quattrociocche è una Psicologa Clinica e Pedagogista , laureata in Psicologia Clinica e della Salute presso l’Università degli Studi dell’Aquila, abilitata all'esercizio della professione (Albo A) e laureata in Scienze Pedagogiche presso l’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale. Psicoterapeuta in formazione presso CIPPS - Centro Internazionale di Psicologia e Psicoterapia Strategica di Salerno (SA).

 

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

guarda anche

I commenti dei lettori

Chi siamo

EDITORE: Cooperativa Editoriale L'Inchiesta

Presidente: Ornella Massaro

Direttore Responsabile: Stefano Di Scanno

Email: redazione@linchiestaquotidiano.it

Dove siamo

Indirizzo: Via Lombardia 8 - Cassino

Telefono: (+39) 0776 328066

Fax: (+39) 0776 328066

P.IVA: 02662130604