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La Grande Musica / Leone Magiera: la mia vita per l’arte, tra studio e impegni su nuovi programmi

Incontrare Leone Magiera significa trovarsi di fonte una personalità della ribalta internazionale: pianista, direttore d’orchestra e maestro di cantanti lirici, a cominciare da Mirella Freni che sposò in prime nozze nel ‘55, e Luciano Pavarotti, che ha accompagnato fino alla fine nella vita artistica e nell’amicizia. Ad essi se ne aggiungono molti altri con i quali ha collaborato. Ruggero Raimondi, Raina Kabaivanska e Rolando Panerai, solo per citarne alcuni. Inoltre, direttori d’orchestra universalmente noti, quali Claudio Abbado, Herbert von Karajan, Carlos Kleiber, Carlo Maria Giulini, Georg Solti e altri ancora. Insomma, una miniera di esperienze, come interprete e come insegnante; un condensato di collaborazioni nei luoghi della musica più prestigiosi; un custode di molti aneddoti, che ci sa porgere con la medesima bonomia con la quale guarda il mondo circostante. Signore della musica, uomo garbato, dall’elegante simpatia, il musicista è nato nel 1934 da Ubaldo, illustre ingegnere modenese e da Anna Maria Gatti Grami, nobildonna d’altri tempi. Socievole per indole, si mostra pronto a dialogare col suo lieve accento emiliano e a coinvolgere, sfoderando l’entusiasmo di chi sia consapevole di aver vissuto grandi momenti dell’epopea del canto lirico. Eppure, appare schivo e riservato, piuttosto misurato, mai eccessivo.

- Innanzitutto, come nasce Leone Magiera musicista?

«La mia vita musicale ha avuto inizio dall’ascolto alla radio di un concerto del pianista Alfred Cortot quando avevo circa 4 anni. All’indomani della seconda guerra mondiale, tornato a Modena, la mia città, ho cominciato a studiare; sono stato seguito dai maestri Lino Rastelli, Giorgio Vidusso e Alberto Mozzati, diplomandomi a 18 anni, con lode e menzione speciale al Conservatorio di Parma, dove ero stato indirizzato da Aldo Ferraresi, storico violinista e amico di famiglia che avevamo salvato dalla persecuzione ebraica. Ho preso subito a esibirmi come solista ma strada facendo sono giunto alla decisione di dedicarmi anche al teatro melodrammatico per collaborare con i cantanti: forse per una nevrosi che può riguardare i solisti, non reggevo tanto lo sforzo di stare da solo due ore sul palcoscenico. Ho fatto altresì il direttore d’orchestra in molti teatri importanti, in tutta Europa e in tutta Italia. Frattanto, essendo diplomato anche in Canto lirico, ho vinto la cattedra al Conservatorio di Bologna dove ho insegnato per anni, portando avanti parallelamente le due carriere, quella di concertista e quella di insegnante».

- Il suo nome è legato a quello di artisti storici, unici, assoluti come il soprano Mirella Freni e il tenore Luciano Pavarotti, nonché a Herbert von Karajan, il direttore-mito col quale ha collaborato intensamente. Queste figure che cosa hanno significato per lei?

«L’incontro con Freni e Pavarotti è stato del tutto casuale. Eravamo tutti e tre modenesi e quindi sono ricorsi al mio insegnamento molto presto. Con la Freni, quasi mia coetanea, ci siamo conosciuti a 16 anni e con Pavarotti, pochi anni dopo, ci siamo incontrati che lui ne aveva 18 e io 19. I loro maestri li avevano abbandonati: il maestro di Pavarotti, Arrigo Pola, ha insegnato per un anno poi è andato in Giappone, il maestro della Freni, Gigi Bertazzoni, che era anche un mio lontano parente, avendo più di 80 anni, se ne andò a Milano, alla Casa di Riposo per Musicisti ‘Giuseppe Verdi’, dove morì. Quindi, entrambi sono stati miei allievi da allora: Pavarotti durante tutta la vita, e Mirella (Freni), dopo che abbiamo divorziato nel ’77, ha proseguito per suo conto, ma era tanto maturata da non aver più bisogno di un mentore».

- Negli anni modenesi con la Freni e Pavarotti lei è stato testimone di un particolare contesto della lirica in piena ascesa. Quale ricordo ne ha? Come definirebbe oggi quel mondo di allora?

«Non era più facile del mondo di oggi. Anche loro due hanno faticato ad emergere, forse più la Mirella che Luciano poiché, dopo il suo debutto a 19 anni nella Micaela della Carmen, lei è rimasta tre anni senza lavorare. Finché, finalmente, come capita a molti cantanti, a Bologna accadde che dessero la Bohème con il soprano spagnolo Victoria de Los Angeles. La cantante si ammalò improvvisamente alla prima cosicché una giovane Mirella venne segnalata e subito scritturata. Nonostante fosse salita sul palco senza aver fatto nemmeno una prova, riscosse un successo tale che le aprì le porte della carriera. La sua vera affermazione tuttavia ebbe luogo grazie a un’a­gente milanese, Ada Finzi, che la fece partecipare al Festival di Glyndebourne in ruoli mozartiani e al Covent Garden nel personaggio di  Nannetta nel Falstaff di Verdi. Era il 1961. Fortuna volle che venisse poi notata da Herbert von Karajan cosicché partecipò alla famosa edizione di Bohème alla Scala da questi diretta nel ’63 con la regia di Franco Zeffirelli. Ebbe inizio così l’amicizia con il direttore d’orchestra austriaco. Fin dalla nostra prima audizione con lui, io accompagnavo Mirella al pianoforte, Karajan fu contento – Brava, molto brava! E anche il pianismo di tuo marito mi piace molto!- Lo avevamo conquistato entrambi».

-Ha dedicato il suo libro più recente proprio a Karajan.

«Il libro su Karajan si basa sugli anni di lavoro con lui. Mi considerava il massimo esperto italiano di voci e il più grande conoscitore del repertorio operistico italiano, francese e mozartiano, pertanto mi volle al suo fianco come maestro concertatore, affinché artisti noti che lavoravano con lui preparassero le loro parti con me, prima di esibirsi sotto la sua direzione sul palcoscenico del Festival di Salisburgo. In quegli anni abbiamo trascorso insieme tutte le estati nella cittadina austriaca per l’intera durata della stagione musicale, preparando cantanti illustri e lavorando a stretto contatto. Io intervenivo in fase di preparazione, lui arrivava all’ultim’ora, ascoltava e poi mi diceva quali fossero i suoi intendimenti. Il giorno successivo sviluppavo le sue idee e quindi ci ritrovavamo assieme in prova. La nostra fitta collaborazione ci aveva portato a rapporti di cordiale amicizia. Andavamo spesso a cena insieme e lui, a un certo punto della serata, si divertiva ad ascoltare notizie sui cantanti celebri. Soprattutto lo rallegrava il gossip. Era curioso di sapere notizie particolari, ad esempio della Caballé, piuttosto che di Mario Del Monaco ed altri astri del firmamento lirico, anche perché erano cantanti amici suoi, con i quali aveva lavorato; gli interessava sapere tutto di loro, e, soprattutto, in quale forma vocale fossero al momento».

-Nel ruolo di insegnante ha seguito negli studi, avviandoli alla carriera, numerosi altri cantanti. Penso ancora una volta a nomi noti: Carmela Remigio e Mariangela Sicilia, ma anche Fabio Sartori, o Francesca Pedaci, che ha cantato al Metropolitan; com’è stato il suo rapporto con gli allievi?

«Direi piuttosto buono. Poi ci si perde un po’ di vista per il lavoro che ci porta da una parte e dall’altra, ma siamo rimasti sempre abbastanza legati. Ho raccomandato costantemente ai cantanti di studiare molto, non soltanto il canto ma tutte le discipline musicali, come la storia della musica; di conoscere approfonditamente i repertori, non soltanto belcantistici ma, ad esempio, sinfonici. Un cantante deve avere una preparazione completa».

- Facendo un bilancio della sua esistenza costellata di successi, quale considera la sua più grande soddisfazione?

«Se dovessi pensare a ciò che mi ha soddisfatto appieno nel tenere concerti con il pianoforte e le voci, potrei annoverare ad esempio il successo riscosso a Mosca, dove con Luciano (Pavarotti) ci siamo esibiti al Bolshoj, per la prima volta davanti al presidente delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, Mikhail Gorbačëv, e a sua moglie Raissa: un’accoglienza indimenticabile!Medesima accoglienza anche con Putin. In quell’occasione ho diretto un concerto per il G8 a San Pietroburgo». -Dunque ha avuto modo di conoscere Putin. «Si. Dopo un grande concerto lui è venuto in camerino a complimentarsi. Mi è piaciuto come persona, mi ha fatto una buona impressione, in quel breve momento. Mi ha domandato qualcosa su Verdi, in particolare sulla Sinfonia della Luisa Miller che avevo diretto. Era interessato. Abbiamo parlato qualche minuto».

-Le è parso che fosse persona sensibile all’arte?

«Mah, si è trattato di poco tempo. Probabilmente. Dalle domande che mi ha rivolto direi di sì. Lo arguisco anche dalla sua discussa amicizia col direttore Valerij Gergiev, allontanato per la questione della guerra in Ucraina che non ha voluto condannare».

-Il problema Ucraina si fa sempre più complesso; che cosa pensa rispetto alle decisioni di enti e governi che hanno inteso bandire programmi culturali con autori russi, cancellare tournée di artisti ed estromettere atleti provenienti dalla Russia?

«Oltre a Gergiev, e nel suo caso si può anche capire, riguardo agli altri no, non è stato corretto allontanarli. Direi che l’arte non dovrebbe aver niente a che fare con la politica. Non dovrebbe; tant’è che io non ho mai fatto politica. L’arte si colloca al di sopra delle parti: è universale. Inoltre, trovo piuttosto stupido non eseguire Ciajkovskij, i grandi autori russi, rinunciare a Dostoevskij. Una perdita incredibile».

-In qualche modo, forse, fu un’iniziativa politica per Pavarotti promuovere una commistione di generi musicali col Pavarotti and friends, esibendosi con Vasco Rossi, Zucchero e altri cantanti di musica leggera, pop, rock ecc. Lei ha condiviso questa scelta? Pensa che sia stata davvero utile per avvicinare il pubblico alla lirica?

«Io non l’ho mai approvata. Ho condotto anche una mia successiva indagine nei teatri italiani e non mi risulta che il pubblico dell’opera lirica sia aumentato a seguito di tale kermesse. Gli spettatori della lirica sono sempre gli stessi appassionati. Per giunta in quelle occasioni Pavarotti non cantava il repertorio lirico, ma canzoni. Il primo anno si, qualche piccolo brano. In seguito ha cantato soltanto Nessun dorma, il pezzo che tutti conoscono come Vincerò, ma solamente quello. Io non ero d’accordo».

- Sua figlia Micaela, nata dal matrimonio con la Freni, ha inteso raccontarsi nel bel volume “La bambina sotto il pianoforte”, alludendo col titolo al contesto familiare nel quale si è trovata a nascere e a crescere, cioè tra due genitori musicisti famosi. Si è riconosciuto nella sua narrazione?

«Mi sono riconosciuto abbastanza. Lei era molto piccola, appunto andava sotto il pianoforte, tenerissima. Sua madre era sempre via da un teatro all’altro, da una tournée all’altra, da un aereo all’altro, e, giocoforza, lei è cresciuta con i nonni. Io cercavo di starle vicino ogni tanto. Ho fatto il possibile. Tuttavia le è rimasta dentro la nostalgia di un’infanzia che non ha vissuto appieno con noi. Siamo molto legati adesso. È una professionista affermata; una donna in gamba».  

-Da tempo vive a Bologna con la sua seconda moglie Lidia La Marca, stimato medico, e con la sua seconda figlia Eloisa. Com’è il suo presente oggi?

«Viviamo benissimo insieme. Anche prima, quando ancora Mirella era in vita, capitava che ci mettessimo a tavola tutti insieme, nelle giornate di festa: una famiglia allargata. Eravamo in buoni rapporti. E lo siamo tuttora con Micaela, che viene spesso da noi a Bologna. Siamo felici di ospitarla. È paziente di mia moglie Lidia e abbiamo con lei un rapporto molto cordiale, amichevole e affettuoso». -Lei è anche scrittore; ha pubblicato volumi che sono andati benissimo. Quale opera letteraria e quale autore l’accompagnano da più tempo? «Le mie preferenze vanno soprattutto a Thomas Mann e ad Hermann Hesse. Sono questi i miei autori favoriti. Ho letto molto. A parte i grandi classici dei tempi degli studi, posso dire che ho una certa propensione per la letteratura contemporanea».

-L’età contemporanea e la guerra: abbiamo iniziato questa chiacchierata con i suoi ricordi di bambino durante il secondo conflitto mondiale. Questo che cosa le ha insegnato?

«Mi ha insegnato che esistono fatti molto più gravi di quelli per i quali oggi facilmente ce la prendiamo. Mi ha vaccinato contro gli avvenimenti negativi della vita. Ho imparato a prendere con un certo distacco anche le cose peggiori: riesco ad accettarle abbastanza tranquillamente, dopo essere stato sotto i bombardamenti ed essere sopravvissuto ai mitraglia- menti. Allora ero solo un bambino e non avevo neanche troppa paura ma l’esperienza della guerra mi ha segnato. Certamente non vorrei rivivere la stessa situazione».

-E che cosa pensa dell’eventualità, cui ultimamente si accenna spesso, di un conflitto mondiale?

«Penso che prima di suicidarsi l’umanità debba pensarci molto, poiché la bomba atomica raggiunge tutto il mondo. Una nuvola atomica e andiamo tutti a quel paese»! -Guardando alla parabola della sua vita, oggi come avverte, Leone Magiera, il tempo che passa? «Pensando a questo, innanzitutto nutro un certo rimpianto per il passato, non potendo più studiare come prima. Noi musicisti cerchiamo sempre di migliorare, di andare in fondo alle cose e di studiare. Da qualche tempo ho deciso di smettere di dirigere a causa dell’età: ci vuole forza fisica davanti a un’orchestra. Però continuo sempre a coltivare lo studio del pianoforte. Ho registrato tutti gli studi di Chopin, anni fa, tutte le Ballate e tutti gli Scherzi. Adesso mi diverto a studiare i Notturni, pagine di musica che non avevo mai affrontato prima d’ora. E ogni giorno che passa scopro cose nuove. Soprattutto in Chopin, il mio autore preferito».

-Dunque, sempre nuovi programmi, è questo lo spirito che ha sempre animato il suo agire.

«Si, l’operosità è il mio credo. Tengo spesso lezioni in occasione di masterclass. Di recente sono stato nominato Presidente Onorario del Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara e sto mettendo su un allestimento del Don Giovanni (di Mozart), riservato a giovani esordienti. A tal fine ho tenuto 350 audizioni per allestire una doppia compagnia che andrà ad esibirsi anche in Corea. Una squadra di giovani e bravissimi cantanti sotto la regia di Moni Ovadia, direttore dello stesso teatro, col quale terremo due serate, il primo e il tre luglio prossimi. Credo di aver trovato un bel cast».

-Con quale pensiero desidera chiudere questo incontro?

Con un pensiero sul lavoro. Credo che il lavoro sia molto importante. Ho sempre camminato nella vita con una forte convinzione, racchiusa nella seguente frase: “Fa’ sì che la morte non ti trovi inoperoso”. E di certo si resta più giovani lavorando! Concludo con la considerazione che è una fortuna per noi poter lavorare nell’arte e poter svolgere la nostra vita nella musica».

Intervista raccolta da Cinzia Dichiara

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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