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L’autonomia ed i beni comuni, la politica locale si volta dall’altra parte e i "ricchi" ridono

Ultime battute di campagna elettorale anche in provincia di Frosinone, territorio politicamente sconquassato nelle ultime settimane dal caso Ruberti (e vari effetti collaterali come per i riferimenti all’ex dg Mastrobuono, ad Allumiere e alle mascherine fantasma), impoverito nella rappresentanza dal tragicomico taglio dei parlamentari (voto di pancia collettivo con autoaffondamento della rappresentatività) che ha penalizato come previsto soprattutto le periferie, nel pieno di una crisi economica e sociale preesistente ed aggravata dagli effetti del caro energia che richiede, tra l’altro, un nuovo modello di governance. Un tema nazionale - quello dell’autonomia differenziata (a favore delle regioni ricche) di cui parla al Nord la Lega - ma che ha implicazioni a tutti i livelli, è stato completamente sottaciuto negli interventi dei vari candidati locali.

Qual è il modello giusto per restituire vigore, autorevolezza e aderenza alle esigenze dei territori e delle persone al potere democratico diffuso nelle istituzioni di prossimità? La definizione di un collegio Frosinone-Sora e di un collegio Cassino-Terracina avrebbe dovuto suscitare qualche riflessione in chi aspira ad entrare nelle due Camere della nazione, sulla necessità di procedere ad un riordino degli enti locali che superi ed archivi definitivamente l’istituzione provinciale per come l’abbiamo conosciuta, con confini artefatti e modelli di accordi politici che andavano calati nei Comuni. Tanto più che Roma reclama il suo status di Capitale e, quindi, aspira ad assommare nella città metropolitana maggiori competenze oggi regionali. Quindi è iul Lazio prima di tutte le altre regioni del Paese adover essere “riprogettato”. Ma su questo nessun candidato e nessun partito ha espresso una opinione e men che mai una linea condivisa.

Anche perché probabilmente gli equilibri in atto, da quelli sui rifiuti a quelli sull’acqua, da quelli sanitari a quelli decisionali nei vari enti e società partecipate - nonostante le inchieste giudiziarie che hanno portato alla luce un sistema di connivenze e di gestioni clientelari inaccettabili - stanno bene così come sono, sia al centrosinistra che al centrodestra ed anche ai pentastellati. Dello sviluppo della trasversalità, di cui tanto si parla, poco importa a tutti, sebbene in grado di scardinare e rifondare su criteri finalmente più democratici ed attenti alle classi meno agiate, la gestione dei beni comuni. Perfino coloro che si sono candidati in nome della trasversalità hanno preferito in queste settimane parlare allegramente di altro. La questione lavoro poi è stata al centro di un intervento pubblicato martedì scorso fa sulle nostre colonne ad opera dell’ex sindacalista Fim Mario Spigola che ha messo in evidenza l’inesistenza di una visione e di strategie di salvaguardia dei livelli occupazionali e del tessuto produttivo da parte di chi si presenta al vaglio elettorale domenica 25 settembre. Ma anche di chi in questo momento siede al comando degli enti a tutti i livelli.

Il malcontento cresce e si assiste agli scontri elettorali sul nulla, mentre la società civile ribolle e l’astensionismo resterà ampio e problematico ad alimentare nubi sul futuro della democrazia anche a livello locale, dove il sistema di potere appare seriamemte intaccato dagli scandali e dal discredito dei vari esponenti che continuano ad agitarsi senza pensieri e che minacciano pure querele senza prendere atto di aver alimentato essi stessi il crollo della credibilità della politica e dei partiti. Sorridere e sottolineare l’inesistente mobilitazione straordinaria (davanti alle solite facce presenti ai soliti comizi ed alle solite adunate) senza prendere le distanze dalla melma in cui solo inquirenti e magistrati hanno avuto il coraggio di mettere le mani in questi anni, significa voler allargare quel famoso distacco che il nostro titolo di apertura evocava senza sconti, tra palco e realtà. I vari consiglieri e presidenti, i vari deputati che si ripresentano, in questo scenario, danno solo l’impressione di voler prolungare il più possibile la pacchia. Non quella di cui parla la Meloni per l’Europa. Ma la loro pacchia. Inclusa quella della nota leader del prossimo primo partito nazionale.

 

Stefano Di Scanno

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