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Speciale Mondiali con Garra & Fantasia, Germania: una crisi avvolta tra innovazione e identità

Umberto Zimarri - Garra & Fantasia

 

Blitzkrieg è il termine tedesco che si utilizza per definire la "guerra lampo". Concetto divenuto tristemente noto durante la Seconda guerra mondiale.

Il Giappone che in maniera sorprendente passa il girone ed estromette proprio la "Mannschaft" dal mondiale deve tutto a pochi minuti di gioco. Guerriglia e rappresaglia, “azioni lampo” ben organizzate, che hanno messo in ginocchio due corazzate del calibro di Spagna e Germania. Durante la prima partita con la Germania ribalta il risultato in 8 minuti: il pareggio di Doan avviene al 75 esimo minuto, la rete del sorpasso di Asano segna il minuto 83. Con la Spagna, il blitz nipponico è ancora più rapido. Bastano 180 secondi per ribaltare lo svantaggio. Poi dall'azione fulminea si passa alla trincea: 5-4-1 per non dare spazio alla manovra spagnola.

È interessante notare come in entrambi i casi i protagonisti subentrino dalla panchina.

 

Gli uomini di Flick non hanno di certo brillato nella competizione ma alla fine dei conti sono decisivi proprio quei minuti del match di esordio in cui l'interruttore della concentrazione è sceso pericolosamente sull'off.

Il Giappone, invece, accompagna l'Australia come grande sorpresa della competizione. Un calcio tutto da scoprire, fluido ed enigmatico, sorprendente ed imprevedibile. Vive di attimi ma può essere letale: è l'orgoglio samurai.

 

Il desiderio della Sehnsucht

Un’analisi a più ampio raggio non può che partire da un punto certo: fino al 2018, la Germania non era mai stata eliminata nella fase a gironi. Dopo la vittoria del 2014 sono avvenute due eliminazioni successive. Se quattro anni fa si parlava di sindrome dalla pancia pieno dopo il trionfo brasiliano, quest’eliminazione deve aprire una riflessione più strutturata. Al contrario nostro, da quelle parti, i campioni non mancano e i settori giovanili continuano a tirar fuori prospetti dal futuro avvenire: Musiala su tutti. Qual è il problema allora?

Sembra quasi che la Germania abbia perso la sua identità più profonda: quella che ha fatto del cinismo e dell’affidabilità un marchio di fabbrica. Ha intrapreso, giustamente, ormai da un ventennio, un percorso verso un calcio completamente diverso rispetto ai cliché del passato: gioco posizionale, veloce e verticale, con una pressione molto alta ed in molti casi assenza di una prima punta. Sicuramente più frizzante rispetto ai soli muscoli di acciaio di una volta. Una visione moderna del gioco che testimonia la capacità di innovazione, sotto ogni fase, della federazione tedesca.

Nelle ultime due rappresentative, però, tutto questo è sfuggito di mano.  Si è tradotto con giocatori che fenomeni non sono, come Sule, che hanno patito molto questa impostazione, con una squadra rivolta principalmente alla fase offensiva e poco coesa in quella difensiva, con tanti giocatori in difficoltà fisica che non avevano la forza fisica e mentale di creare quelle condizioni di movimento senza palla assolutamente inderogabili se si affrontano match con questa chiave tattica. Mueller nel ruolo di falso nueve era un pesce fuor d’acqua, perché ormai più che un finalizzatore è un rifinitore. Non a caso l’inserimento di una punta come Fullkrug, astuto mestierante della Bundesliga, è stata fondamentale per aprire quegli spazi per Musiala, incantevole nonostante la precoce eliminazione. I romantici tedeschi definivano Sehnsucht, una parola non traducibile in italiano, il desiderio dell’irraggiungibile. Non è nostalgia perché questa si rivolge al passato ma è un desiderio di perfezione rivolto al futuro. Per essere più precisi la Sehnsucht è la ricerca di qualcosa di indefinito nel futuro. Più precisamente, si potrebbe tradurre il termine Sehnsucht con “desiderio del desiderio”.  Un anelito che porta l’Uomo a non accontentarsi mai di ciò che raggiunge o possiede, ma lo spinge sempre verso nuovi traguardi, trasformando una spinta in una forza autodistruttiva. Non avremmo saputo trovare una sintesi migliore per raccontare le ultime sei partite della Germania ai mondiali.  

Insomma, in questa crisi avvolta tra innovazione e identità serviva probabilmente un pizzico di buon senso in più perché si sa dagli ottavi in poi inizia un’altra storia.

Redazione L'Inchiesta Quotidiano

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